Tira aria di tassa patrimoniale in Italia: chi e su cosa rischia e perché non funzionerà

Sfruttare l'emergenza Coronavirus per realizzare il "sogno" di una patrimoniale. Ecco chi rischia la stangata e perché non risanerà un solo euro dei nostri conti pubblici.

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Si moltiplicano i segnali in favore dell’imposizione di una tassa patrimoniale in Italia. Ieri, l’ex presidente della Camera e attuale senatore del PD, Pierferdinando Casini, si è detto favorevole a chiedere di più a chi ha di più per affrontare l’emergenza Coronavirus, parlando esplicitamente di “patrimoniale”. Nelle stesse ore, la senatrice del Movimento 5 Stelle, Paolo Nugnes, scriveva su Huffington Post una difesa di questa tipologia d’imposta, partendo dalla premessa che le società capitaliste sarebbero ingiuste e produrrebbero molteplici “scarti”, tra cui umani.

Rischiamo, dunque, l’arrivo di una patrimoniale? Se ne parla da anni, anzi da decenni, ma mai occasione si era fatta più propizia di quella che si è presentata con la crisi sanitaria mondiale, che in Italia si è subito trasformata in fiscale. Bene che vada, avremo bisogno di oltre 100 miliardi di euro per finanziare il maggiore deficit atteso per quest’anno. Troppi soldi per uno stato già ultra-indebitato. Ed ecco che, oltre a ipotizzare un sempre più concreto salvataggio ad opera dell’Unione Europea e probabilmente attraverso il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), spunta di nuovo con maggiore vigore di sempre la soluzione del balzello.

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Cos’è la patrimoniale

In cosa consisterebbe? Patrimoniale significa letteralmente stangare i patrimoni dei contribuenti, magari esentandoli fino a una certa soglia di valore. L’Italia ha all’attivo quasi 10.000 miliardi di euro di ricchezza accumulata, in forma perlopiù di fabbricati, terreni, investimenti finanziari, risparmi liquidi e altri beni. Nel complesso, valgono 5,5 volte il pil. Tanto per farsi un’idea, imponendo un’aliquota orizzontale dell’1% troveremmo, in teoria, i 100 miliardi che ci servirebbero nei prossimi mesi per affrontare l’emergenza.

Ma passando dalla teoria alla realtà, il discorso si complica alquanto.

C’è un precedente illustre nella storia recente italiana: il prelievo forzoso del luglio 1992, quando l’allora governo Amato stangò i conti bancari dello 0,6%. Subito dopo fu la volta dell’ex ICI, che colpiva tutti gli immobili e i terreni fabbricabili, trasformata in IMU dal 2011. Oggigiorno, ormai, in Italia un po’ tutta la ricchezza viene tassata, tra imposta di bollo per le auto, a quella sui conti bancari, passando per la tassa sulle imbarcazioni, la Tobin Tax sulle transazioni finanziarie, etc. Soltanto l’IMU fa incassare ogni anno allo stato quasi un punto e mezzo di pil, colpendo particolarmente le seconde abitazioni e gli immobili ad uso commerciale, industriale e artigianale.

La patrimoniale esiste già, quindi, ma prende altri nomi. E imporne una più generale significherebbe fare i conti con una difficoltà applicativa elevatissima. La ricchezza liquida risulta più facilmente aggredibile, mentre per tutto il resto la musica cambia. Come s’imporrebbe un’aliquota su un portafoglio finanziario, se non obbligando il titolare sprovvisto di liquidità a disinvestire, con riflessi molto negativi sui mercati? E se tra la ricchezza colpita avessimo una seconda abitazione, non risulterebbe essa tassata due volte, senza contare che il reddito prodotto in forma di canoni di locazione sia a sua volta sottoposto a tassazione? Quante volte dovremmo pagare per uno stesso asset?

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Patrimoniale boomerang per l’economia

L’esito di una tassazione patrimoniale rischia di essere nefasto per l’economia italiana. A fronte di briciole una tantum o, comunque, pari a pochi decimali di punto rispetto al pil, la ricchezza liquida si metterebbe in moto per fuggire all’estero, mentre quella immobiliare, necessariamente “ingabbiata” in Italia, subirebbe un duro contraccolpo, con il relativo mercato ad implodere. Accadde dopo il 2011, quando l’allora governo Monti stangò tutte le abitazioni e le imbarcazioni, provocando il collasso delle quotazioni delle prime ad oggi perdurante (al netto delle conseguenze della crisi appena esplosa) e la fuga dei natanti all’estero per battere bandiera straniera ed evitare il balzello.

La patrimoniale non solo non sarebbe un rimedio per i conti pubblici, ma anzi rischia di peggiorarne l’outlook nel lungo periodo, riducendo le prospettive di crescita dell’economia e allontanando i capitali dal Bel Paese, oltre che disincentivando i risparmi, i quali rimangono indispensabili per finanziare gli investimenti delle imprese e lo stesso debito pubblico in scadenza. Sembra proprio il caso di dire che la patrimoniale si rivelerebbe un boomerang per lo stesso stato. Resta il fatto che non esistano limiti all’idiozia dei politici. Le apparenti soluzioni di corto respiro diverranno ogni giorno più appetibili a un governo con l’acqua alla gola sul fronte fiscale e che subirà forti pressioni dalla UE per attingere alla ricchezza privata domestica, specie se ricevessimo aiuti dal MES, condizionati o meno.

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