Azioni TIM raddoppiate in 2 anni, così Elliott ingolosisce i soci in vista dell’assemblea

Grandi manovre in TIM, con la francese Vivendi sempre più isolata alla vigilia dell'assemblea degli azionisti. Gli advisor internazionali si schierano con Elliott, mentre Unicredit e Generali restano isolate in Italia.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Grandi manovre in TIM, con la francese Vivendi sempre più isolata alla vigilia dell'assemblea degli azionisti. Gli advisor internazionali si schierano con Elliott, mentre Unicredit e Generali restano isolate in Italia.

Mancano esattamente due settimane all’assemblea degli azionisti di TIM, che si annuncia infuocata e quanto mai importante per i destini non solo finanziari dell’Italia. Ieri, il fondo americano Elliott Management ha reso noto di disporre di una quota dell’8,8% della compagnia, ma grazie alla collaborazione con JP Morgan, detiene opzioni di acquisto e di vendita su un altro pacchetto azionario del 4,93%, per cui potrà arrivare fino al 13,7% del capitale, sempre che da qui a venerdì non continui a rastrellare titoli sul mercato o tramite operazioni a blocchi, ossia fuori borsa. Tutto questo, mentre tre tra i più importanti advisor internazionali, ovvero gli analisti che suggeriscono agli azionisti come votare in assemblea, si sono schierati dalla parte di Elliott e decisamente contro Vivendi, il socio di maggioranza con il 23,94%. Trattasi di Glass Lewis, Iss e Frontis, tra i più ascoltati dai fondi, detentori complessivamente del 64% del capitale di TIM. Tutti chiedono ai soci di votare per la revoca dei 6 consiglieri di amministrazione vicini ai francesi, sostenendo l’elezione di quelli proposti dagli americani.

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E come se il terreno non stesse già franando abbastanza da sotto i piedi di Vivendi, Assogestioni non presenterà candidati di minoranza. Lo ha comunicato con una nota, che ha aperto un giallo, smentendo pressioni di Generali e Unicredit, indiziate da alcuni quotidiani di volere presentare una lista autonoma, che disperdendo i voti in assemblea, avrebbe favorito proprio Vivendi. Unicredit ha a sua volta smentito seccamente la notizia, parlando persino di “toni xenofobi” di alcuni quotidiani. Addirittura! E perché mai? Semplice, perché la banca è guidata dal francese Jean-Pierre Mustier e anche la compagnia assicurativa risulta guidata da un altro francese, ovvero Philippe Donnet. Sarà un caso, ma Unicredit è l’unica italiana a metterci la faccia in questi giorni in favore di Vivendi, essendo stata nominata advisor della compagnia, insieme all’americana Goldman Sachs.

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Dentro Assogestioni, titolare del 4% di TIM, è passata così la linea di Tommaso Corcos, a capo di Eurizon, una delle società di gestione del risparmio di Intesa-Sanpaolo, l’altra grande banca italiana, ma che a differenza di Unicredit, unica sistemica e che ha inglobato la tedesca HypoVereinsbank, vanta una vocazione nazionale. Sommato al 13,7% potenziale di Elliott e al 5% a cui punta la Cassa depositi e prestiti, i francesi hanno elevate probabilità di finire in minoranza alla prossima assemblea, considerando che già un anno fa avevano ottenuto poco più del 50%, pur essendo non contrastati apertamente dagli altri soci.

E tra i fondi stranieri, la proposta di Elliott apparirà certamente appetibile e non per ragioni di italianità o meno dell’infrastruttura, che interessa più che altro le cronache domestiche e il governo, bensì per questioni più prosaicamente di interessi. Il fondo a stelle e strisce ritiene che cacciando Vivendi, che “distrugge valore”, tra scorporo della rete e di Sparkle, cessione parziale dei due assets sul mercato e fusione con Open Fiber, si creerebbe valore per gli azionisti per 7 miliardi di euro, mentre l’indebitamento finanziario netto si dimezzerebbe da 24 a 12 miliardi, di cui 7 grazie al deconsolidamento. In definitiva, esso offre agli azionisti la prospettiva di un ritorno alla cedola, che non viene più staccata da 5 anni, da quando cioè il rating della compagnia è stato declassato a “spazzatura”. Con un cda indipendente, aggiunge, il titolo TIM in borsa potrebbe raddoppiare in 2 anni. Musica per le orecchie dei fondi e degli altri piccoli azionisti non cassettisti, quelli che puntano a speculare nel breve termine. E attenzione: il fondo non chiede la rimozione di Amos Genish, l’ad da poco nominato a capo del gruppo.

Interessante l’analisi di Iss, che cita tra le ragioni per votare in favore della proposta di Elliott la presenza di candidati per il cda con un curriculum di ex dirigenti di società a partecipazione statale o prettamente pubbliche, ovvero Fulvio Conti (ex Enel) e Luigi Gubitosi (ex Rai e oggi commissario straordinario di Alitalia). Secondo l’advisor, infatti, oggi come oggi alla compagnia servirebbe una fase di riavvicinamento con le autorità italiane, che evidentemente potrebbe essere portata avanti proprio da un cda che con gli organi dello stato ci hanno già avuto a che fare. E’ il riconoscimento esplicito della strategia del governo italiano, che punta a ricondurre la rete sotto il controllo statale, attraverso la Cdp e in parte di Enel.

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Verso la nazionalizzazione della rete TIM

E si avvera quanto vi avevamo anticipato il mese scorso, ossia che il piano di Elliott contempli non solo lo scorporo, bensì pure la successiva parziale cessione sul mercato della rete, anche se resta da vedere con quali modalità. Questo passaggio segnerebbe proprio la rinazionalizzazione dell’infrastruttura, specie dopo la fusione con Open Fiber, controllata da Cdp ed Enel, il cui valore tenderà a crescere esponenzialmente nei prossimi anni per effetto degli investimenti della società nella fibra ottica, svalutando quella attuale di TIM in rame. Se tutto quanto sopra ha una sua logica, abbiamo anche che Unicredit si starebbe ponendo al di fuori di una chiara operazione di sistema.

Legittimo, ma non più tardi di due anni fa, la stessa banca veniva aiutata dal Tesoro con la nascita su sua pressione di un fondo Atlante, partecipato dal gotha finanziario tricolore, che ebbe come reale obiettivo di salvare le due banche venete sull’orlo del collasso (Popolare di Vicenza e Veneto Banca), togliendo le castagne dal fuoco di Piazza Gae Aulenti, che aveva inopinatamente garantito per l’aumento dell’istituto vicentino, andato effettivamente fallito nella primavera successiva, pur con il cappello del fondo. Sarà per questo che il titolo Unicredit si mostra debole in borsa da quando si è schierato ufficialmente con TIM, contrariamente all’andamento medio del comparto azionario? Che il mercato stia intuendo il rischio per la banca di Mustier di uscire fuori da un clima relazionale positivo, grazie al quale ha potuto scaricare negli anni appena trascorsi parte dei suoi guai sul “sistema” Italia? E tra poco, arrivano i “sovranisti” al governo.

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