TIM ridiventa un po’ più italiana, ma adesso sarà battaglia sulla rete: cosa accade?

La rete TIM sarà scorporata, ma sulle modalità esistono scenari differenti. Ecco come il governo italiano punterebbe a ricondurla sotto il controllo dello stato.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La rete TIM sarà scorporata, ma sulle modalità esistono scenari differenti. Ecco come il governo italiano punterebbe a ricondurla sotto il controllo dello stato.

E i francesi furono cacciati da TIM, almeno questo è passato nell’immaginario collettivo con la sconfitta rimediata da Vivendi all’assemblea degli azionisti di venerdì scorso, quando il fondo attivista americano Elliott Management è riuscito a ottenere la maggioranza assoluta del capitale presente per fare eleggere 10 suoi uomini al board di 15 componenti. I restanti 5 sono andati per l’appunto alla lista di minoranza, che con il 23,94% resta primo socio di gran lunga davanti all’8,8% degli americani e al 4,8% della Cassa depositi e prestiti, anche se la presidenza andrà all’italiano Fulvio Conti. Dunque, i francesi non sono andati via, perlomeno non ancora. Restano nell’azionariato e sono riusciti a mantenere in carica il loro ad e direttore generale, Amos Genish, il quale riscuote gli apprezzamenti anche dei nuovi soci di controllo, tanto che in una lettera inviata agli azionisti ieri ha potuto rassicurarli sul mantenimento del piano industriale.

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E adesso che succede? Il dossier più importante riguarda la rete. La parola chiave è “spin-off” o scorporo. Tutti concordano, Vivendi inclusa, ma le modalità dividono. Su pressione del governo, l’infrastruttura dovrà essere separata dal resto della compagnia, che rimarrà una pura erogatrice di servizi di telefonia. Elliott si è tenuto sul vago prima dell’assemblea, parlando di una quota in mano a TIM tra il 25% e il 75% della società di controllo della rete post-scorporo, chiamata NetCom. Come dire tutto e niente in una frase sola.

Nella fase iniziale del blitz, che ha portato il fondo a salire nel capitale, Elliott aveva proposto di assegnare le azioni della società scorporata agli azionisti di TIM pro-quota. In sostanza, Vivendi al 24% avrebbe così diritto a possedere anche il 24% delle azioni della società di controllo della rete, etc. Qual è la differenza reale rispetto all’assegnazione delle azioni direttamente in capo a TIM? Così facendo, i titoli sarebbero praticamente tutti subito negoziabili, per cui i piccoli azionisti potrebbero rivenderli anche un attimo dopo per monetizzare, mutando la compagine azionaria. E così, un player come la Cdp avrebbe la possibilità di impossessarsi di quote anche rilevanti della rete, di fatto riponendola sotto il controllo dello stato.

Come avverrebbe la ri-nazionalizzazione della rete

Questo scenario sarebbe stato accantonato, visto che non se n’è più parlato in questi termini. Ad ogni modo, la ri-nazionalizzazione verrebbe assicurata da un altro processo: la fusione con Open Fiber. Trattasi di una società attiva nell’erogazione di servizi in fibra ottica, fondata da Enel e Cdp, controllante ciascuna al 50%. I lavori sono stati da poco avviati e chiaramente, man mano che la rete passerà per le principali città italiane, il valore della società crescerà rapidamente, sminuendo quello della rete in rame, di cui si compone essenzialmente quella TIM. Elliott e la Cdp puntano sull’integrazione tra NetCom e Open Fiber. Trattandosi quest’ultima di una società controllata da due partecipate statali, un pezzo di rete TIM passerebbe in mano allo stato. Sì, ma in quale percentuale?

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Dipenderà dai tempi della fusione e dai valori che verranno riconosciuti all’una e all’altra rete. Ad oggi, le stime parlano di 10-15 miliardi per la rete TIM-NetCom e di un paio di miliardi per quella Open Fiber. Tuttavia, con il prosieguo dei lavori di posa della seconda, si perverrà a un bilanciamento tra i due valori, con la conseguenza che lo stato entrerebbe in possesso dell’infrastruttura per una quota potenzialmente rilevante. Se, poi, le azioni NetCom fossero assegnate agli attuali azionisti TIM, tra cui la stessa Cdp, questa potrebbe rastrellare ulteriori azioni per controllare un pezzo di rete ancor prima della fusione.

Del resto, l’asse tra Elliott e governo italiano è avvenuto su una coincidenza di interessi. Il primo ha acquistato titoli nella prospettiva di un loro recupero in borsa di non meno del 30%, il secondo ha sostenuto il fondo con l’ingresso determinante della Cdp nel capitale in aprile per ottenere proprio la ri-nazionalizzazione di fatto della rete, sottraendola ai francesi, che hanno commesso l’errore grossolano di agire con “investimenti predatori”, per dirla con le parole utilizzate in questi giorni dal ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia, Servizi pubblici