TFR in busta paga: come Renzi fa propaganda con i soldi degli altri

Mettere in busta paga la metà del TFR potrebbe comportare problemi di liquidità alle piccole imprese e una beffa per gli stessi lavoratori. Inoltre, l'Inps potrebbe registrare un buco di 3 miliardi. A guadagnarci sarebbe solo il Fisco.

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Dal cilindro del governo Renzi è uscito un altro coniglio, non originalissimo, visto che se n’era discusso anche sotto il governo Berlusconi: mettere in busta paga la metà del TFR accantonato nel 2015. Per il premier, la misura servirebbe a rilanciare i consumi, perché insieme al bonus Irpef degli 80 euro mensili, la somma totale farebbe 180 euro in più di retribuzione in busta paga.

Tuttavia, sia dal mondo delle imprese, sia dai sindacati, la reazione è stata tra il freddo e il contrario. Sono diverse e tutte valide le ragioni per cui dubitare che il TFR in busta paga possa avere un impatto positivo sull’economia. Se l’intento del governo è di rilanciare i consumi, già gli 80 euro hanno dimostrato che le cose sono un pò più complesse e che la credibilità e la sostenibilità finanziaria delle misure siano elementi essenziali.

 

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Le ragioni dei contrari

Anzitutto, il TFR in busta paga non sarebbe un vero aumento della retribuzione dei lavoratori, ma un semplice anticipo una tantum di un salario differito, che ad oggi è previsto sia corrisposto al dipendente quando s’interrompe il rapporto di lavoro con l’impresa, ossia quando va in pensione o quando si dimette o viene licenziato. Mettere in busta paga parte del TFR accantonato implica minori risorse future per il lavoratore, il quale potrebbe essere indotto a non spendere granché dell’accresciuta retribuzione, in previsione di una riduzione della sua liquidazione.

E la misura potrebbe avere un impatto negativo anche sul decollo della previdenza integrativa, dato che ad essa vanno 5,2 miliardi dei 25 miliardi di euro accantonati ogni anno dalle imprese.

Già sono pochi, il rischio è che questo pilastro pensionistico non faccia passi in avanti, mentre occorrerebbe potenziarlo con le previsioni fosche che gravano sul sistema pubblico.

Danno a imprese, Inps e lavoratori

Altro aspetto riguarda l’interrogarsi sul chi paga. Dei 25 miliardi accantonati ogni anno, 14 non vanno né all’Inps, né alla previdenza complementare, ma restano in azienda, sotto forma di auto-finanziamento. Le piccole imprese, infatti, che rappresentano la stragrande maggioranza del totale, sono solite corrispondere il TFR all’atto della cessazione del rapporto di lavoro, senza accantonare realmente di anno in anno le risorse iscritte formalmente a bilancio. Da ciò deriva che se il governo le costringesse a mettere in busta paga metà degli accantonamenti, si creerebbe un fabbisogno di liquidità fino a 7 miliardi di euro, in un momento in cui le imprese hanno, al contrario, grande bisogno di liquidi.

Inoltre, dei 6 miliardi versati ogni anno dalle imprese all’Inps sul TFR, 3 miliardi verrebbero meno. Ma cosa farà l’istituto di previdenza? Come coprirà il buco per pagare le pensioni?

Infine, il rischio è che la misura del governo si risolva in un’italica fregatura anche dei lavoratori stessi. Ad oggi, infatti, essi pagano un’aliquota inferiore sulla liquidazione. Ad esempio, sulla rivalutazione è prevista un’imposizione dell’11%. Se il TFR finisse in busta paga, su di esso sarebbero applicate le più alte aliquote Irpef, con la conseguenza che al netto, il lavoratore si ritroverebbe a pagare più tasse. Altro che rilancio dei consumi. Volete vedere che alla fine a guadagnarci sarebbe sempre e soltanto il Fisco italiano?

 

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