Voucher lavoro, limiti in arrivo per la demagogia dannosa all’economia

Limiti per i voucher lavoro. Il governo vuole evitare che il referendum spazzi via anche parte del Jobs Act, ma così si piega alla crociata ideologica di certo sindacato.

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Limiti per i voucher lavoro. Il governo vuole evitare che il referendum spazzi via anche parte del Jobs Act, ma così si piega alla crociata ideologica di certo sindacato.

La Commissione Lavoro della Camera ha licenziato ieri un testo di riordino del cosiddetto “Jobs Act” nella parte che riguarda i voucher, i buoni lavoro dal taglio di 10 euro ciascuno, oggetto di un referendum indetto dalla Cgil, che ne chiede l’abrogazione. Stando alle modifiche apportate, tese a impedire che la consultazione popolare elimini tout court la legislazione vigente, il taglio minimo dei voucher salirà a 15 euro per le imprese e i professionisti, mentre resterà a 10 euro per le famiglie. Previste diverse altre restrizioni. Anzitutto, viene abbassato da 7.000 a 5.000 euro il reddito massimo che ciascun lavoratore potrà percepire nell’anno solare attraverso tali buoni, fermo restando che ciascun committente non potrà erogargli più di 2.000 euro.

Il ricorso ai voucher è negato alle imprese con almeno un dipendente, permesso solo, quindi, a quelle con zero dipendenti. Non solo, perché potranno essere acquistati solamente per retribuire disoccupati, pensionati, disabili e giovani fino ai 25 anni e relativamente a lavori di natura occasionale, come assistenza domiciliare a minori o anziani, giardinaggio, ripetizioni scolastiche, manifestazioni sportive senza scopo di lucro, pulizia e manutenzione; rimangono per il lavoro agricolo. E potranno essere acquistati online e non nelle ricevitorie. (Leggi anche: Jobs Act, a rischio c’è l’unica vera riforma di Renzi)

La crociata della Cgil contro i voucher

Insomma, siamo alla fine dell’era voucher, com’è stata dipinta in questi anni da parte del mondo sindacale, quasi che in Italia fosse esplosa un’epidemia di lavoretti con i buoni. Nel 2016, di voucher da 10 euro ne sono stati venduti 121,5 milioni e dal loro debutto nel 2008 al termine dello scorso anno ne sono stati richiesti circa 350 milioni. In valore, nel 2016 i lavoratori sono stati retribuiti con i buoni per complessivi 1,2 miliardi, di cui 300 milioni in favore del fisco e dell’Inps.

Parliamo, quindi, di una frazione infinitesimale del monte-retributivo corrisposto in Italia ai lavori dipendenti e come giustamente eccepiva ieri il CNA, il rischio è che le nuove norme irrigidiscano il ricorso al lavoro straordinario nelle piccole imprese. Aggiungiamo, che non una sola ora di lavoro nero verrà così combattuta, ma al contrario questo sarà paradossalmente incentivato, come nel caso dei lavoretti estivi o nelle fasi di punta del ciclo produttivo di un’impresa, dato che tra il non assumere dipendenti o farlo con le regole ordinarie e burocratiche di un ricorso a un contratto a tempo indeterminato anche per collaborazioni di poche ore o pochi giorni, l’imprenditore potrebbe optare per la terza via, quella del sommerso. (Leggi anche: Voucher lavoro, perché contrastarli danneggia l’occupazione)

Contro i voucher battaglia idelogica

A chi giova la battaglia contro i voucher? A chi la fa. Non va a beneficio di chi lavora o del mondo delle imprese, ma solo di parte del sindacalismo ideologizzato, che sfrutta le frustrazioni (più che giustificate) di quanti siano in cerca di una seria opportunità di occupazione e vedono in questi strumenti normativi una sorta di regolarizzazione del precariato.

L’occupazione la crea l’economia, ovvero la crescita della produzione. Senza di essa, l’irrigidimento delle norme per le assunzioni, anche occasionali, si traduce non nella stabilizzazione dei rapporti di lavoro, bensì nella disoccupazione o nel nero. Ma dopo anni di letargia, certo sindacato deve dimostrare di esistere e lo fa nel modo peggiore.

 

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