Terza guerra mondiale per colpa dell’Asia? Ecco cosa la scongiurerà

Con il sesto test nucleare, la Corea del Nord starebbe realmente provocando lo scoppio della terza guerra mondiale? Aldilà delle paure, ecco perché non dovrebbe succedere.

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Con il sesto test nucleare, la Corea del Nord starebbe realmente provocando lo scoppio della terza guerra mondiale? Aldilà delle paure, ecco perché non dovrebbe succedere.

Il presidente americano Donald Trump non esclude più l’opzione militare contro la Corea del Nord, che nel fine settimana appena trascorso ha effettuato il suo sesto test nucleare, provocando una scossa di magnitudo 6.3; segno che il regime di Pyongyang sarebbe vicinissimo a dotarsi della bomba H, scatenando paure in tutto il pianeta, vista la pericolosità del giovane dittatore Kim Jong-Un per la sicurezza mondiale. Persino alleati storici come Russia e Cina hanno condannato i test, ma le reazioni più furenti sono arrivate chiaramente dalla Casa Bianca, che ha minacciato nuove sanzioni non solo contro la Corea del Nord, bensì pure contro ogni altro paese che intrattenesse con essa relazioni commerciali. La frustrazione di Trump si è mostrata palpabile, quando ha messo nel mirino la politica dell’“appeasement” del presidente sudcoreano Moon Jae-in. (Leggi anche: Corea del Nord: bomba H, incubo diventa realtà)

Washington è da qualche mese in rotta di collisione con Seul, dopo la vittoria in primavera del candidato democratico, il quale ha sostituito il precedente esecutivo conservatore, a seguito dell’impeachment subito dalla presidente Park Geun-Hye per le accuse di corruzione. In carica dal 2013, la politica di Geun-Hye appariva maggiormente in linea con le posizioni dure degli USA, mentre il nuovo capo di stato ha promesso già in campagna elettorale un riavvicinamento con Pyongyang, anche se ha chiarito che non tollererà la corsa all’armamento nucleare di Kim Jong-Un.

Nonostante le esercitazioni militari congiunte con gli americani proseguano in acque nazionali, la Corea del Sud sta vistosamente giocando una partita in proprio sullo scomodo vicino del nord. Nei mesi scorsi, ad esempio, ha scavalcato Washington, siglando un patto non scritto con la Cina, in base al quale quest’ultima s’impegna a intervenire contro il regime, nel caso di attacco contro Seul.

Il dittatore nordcoreano minaccia da sempre di polverizzare la capitale sudcoreana, se gli USA dovessero intervenire militarmente. Si consideri che questa si trova ad appena 80 km dal confine con la Corea del Nord, per cui le preoccupazioni nella metropoli sono elevate.

Siamo alla vigilia di una Terza Guerra Mondiale?

E forse anche per aumentare la pressione su Jae-in, Trump ha chiesto che venga rivisto l’accordo commerciale tra USA e Corea del Sud, sostenendo che esso sottrarrebbe posti di lavoro americani, contribuendo all’enorme deficit a stelle e strisce. Seul ha risposto picche, non avendo alcuna intenzione di rivedere un accordo, che nel 2015 ha consentito alla propria economica di registrare un avanzo commerciale di oltre 30 miliardi di dollari nei confronti dei soli USA.

Siamo davvero dinnanzi a una Terza Guerra Mondiale, la prima esplosa eventualmente al di fuori del Vecchio Continente? Le condizioni vi sarebbero tutte: contrapposizioni tra grandi potenze (Cina e Russia da una parte e USA dall’altra), un piccolo stato a destare allarme per la sicurezza mondiale e necessità dell’uno e dell’altro fronte di non cedere terreno a favore dell’avversario in un’area economicamente strategica per il pianeta. (Leggi anche: Nord Corea, ecco perché Pechino non rompe)

Sembra che il possibile terzo conflitto globale abbia tratti in comune con i primi due. La Corea del Sud fungerebbe da detonatore di tensioni latenti, come la Serbia nel 1914. Russia e Cina sono alleati di scopo, ma tra di loro profondamente in lotta per la spartizione dell’Asia, come USA e Unione Sovietica negli anni Quaranta. E Seul recita il ruolo di Londra sotto l’accomodante premier Arthur Neville Chamberlain.

Gli interessi della Corea del Sud

Dunque, ci siamo? Pur non potendosi escludere la classica goccia che faccia traboccare il vaso, lo scenario più probabile e anche il più rassicurante sarebbe un altro. La Corea del Sud è la quinta economia esportatrice del pianeta con un avanzo commerciale complessivo di circa 115 miliardi di dollari nel 2015, pari all’8% del suo pil.

Un terzo di questo si ha grazie alla Cina, che rappresenta il suo mercato di sbocco più grande con una quota del 25%. E sempre Pechino rappresenta il principale fornitore di beni e servizi per i sudcoreani, con una quota di oltre un quinto del totale.

In generale, l’Asia assorbe il 60% delle esportazioni della Corea del Sud, ragione per cui a Seul interessa trovare un equilibrio tra l’esigenza di assicurarsi protezione degli USA contro le bizzarrie dei fratelli del nord e la necessità di conservare relazioni diplomatiche ed economiche amichevoli con il resto dell’area, Cina per prima. D’altra parte, ha ragione Trump, quando twitta che Pyongyang sarebbe diventato un “alleato imbarazzante” per Pechino, ma questa non può nemmeno permettersi di ritrovarsi alle sue frontiere uno stato filo-americano.

Da recenti informazioni rilanciate dalla stampa nipponica, pare che i cinesi abbiano già complottato per destituire Kim Jong-Un e sostituirlo con un uomo più malleabile. Dunque, fosse per loro si sarebbero sbarazzati da tempo del giovane dittatore, semplicemente non hanno ancora trovato condizioni favorevoli per attuare il loro piano. Come si potrebbe giungere a una qualche soluzione di compromesso con Washington? (Leggi anche: Kim Jong-Un e quel golpe cinese fallito)

Verso un compromesso sino-americano?

Paradossalmente, proprio l’incendiario Trump potrebbe prestarsi bene all’apertura di una nuova fase di ridisegnazione delle sfere di influenza delle varie super-potenze. Il tycoon vinse le elezioni su un programma di ritiro della presenza americana al di fuori dei propri confini, ambendo a porre fine al globalismo dei decenni passati e ad assegnare agli USA una dimensione più nazionale, in cui alla figura del poliziotto del mondo si sostituisca quella di giocatore a esclusiva difesa dei propri interessi. Così come l’abbiamo presentata, è difficile che questa visione divenga realtà nel medio termine, ma Cina e USA potrebbero trovare un punto d’intesa sulla riduzione dell’influenza americana nella penisola coreana, in cambio della rimozione da parte di Pechino di un regime pericoloso per tutti e divenuto ormai ingestibile.

In pratica, la Corea del Sud accetterebbe di allentare la cooperazione militare con l’America, godendo di sostanziali rassicurazioni cinesi e di un regime nel nord dal volto più rassicurante, ideologicamente comunista, ma che similmente alla Cina non disdegnerebbe di allacciare relazioni economiche, finanziarie e politiche con chicchessia. In questo scenario, gli USA conserverebbero intatto il rapporto con l’alleato giapponese, il quale si legherebbe ancora di più forse alla cosiddetta “anglo-sfera”, quella che racchiude anche Regno Unito, Canada e Australia. (Leggi anche: Se Kim Jong-Un agevola la Brexit)

E’ altresì probabile che la Cina stia facendo il doppio gioco su Pyongyang, ignorando volutamente la minaccia nucleare o persino agevolandola sottotraccia, inviando agli USA un messaggio chiaro sulla sua volontà di ritagliarsi un ruolo egemone nel nord-est asiatico, quanto meno pretendendo che la presenza americana nell’area dimagrisca, istituendo una sorta di nuova cortina di ferro nelle acque del Pacifico. Nessuno a Pechino può anche solo rischiare che Trump scateni una guerra commerciale contro gli interessi cinesi, ancor prima che militare, prendendo di mira quanti abbiano a che fare con Pyongyang. Per questo, la soluzione passerà per un compromesso reciprocamente onorevole tra il presidente americano e quello cinese Xi Jinping. Sperando che il gioco si fermi un attimo prima che si cada nel baratro.

 

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