Terremoto politico in Francia: Macron licenzia il governo del fedelissimo Philippe

Il presidente francese ha chiesto e ottenuto le dimissioni dell'esecutivo per reagire alla pesante sconfitta alle amministrative di domenica scorsa. Così, però, rischia di aggravare la sua posizione.

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Il presidente francese ha chiesto e ottenuto le dimissioni dell'esecutivo per reagire alla pesante sconfitta alle amministrative di domenica scorsa. Così, però, rischia di aggravare la sua posizione.

All’Eliseo serve un “maquillage” e a farne le spese è stato il premier Edouard Philippe, che insieme al suo governo è stato licenziato dal presidente Emmanuel Macron a pochi giorni dalla pesante sconfitta rimediata dalla maggioranza al secondo turno delle elezioni amministrative, il quale era stato rinviato di tre mesi per via del Coronavirus. I Verdi sono usciti trionfanti con la conquista di 7 municipi, così come la destra di Repubblicani e quella sovranista. Ma anche i socialisti hanno potuto cantare vittoria con la conferma di Anne Hidalgo a sindaco di Parigi.

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Quando mancano 21 mesi alle prossime elezioni presidenziali, Macron non può permettersi altri passi falsi e così ha pensato bene di liquidare il suo fedele primo ministro, che in questi tre anni abbondanti di tensioni politiche, “gilet gialli” e proteste di piazza si era distinto per pacatezza e assoluta comunanza di vedute con il capo dello stato. Resta da vedere chi lo sostituirà, se sarà una personalità più di sinistra, così da recuperare i consensi perduti sin quasi da inizio mandato tra quell’elettorato progressista che lo aveva votato plebiscitariamente per svecchiare le istituzioni e contrapporsi alla destra euro-scettica di Marine Le Pen.

I sondaggi dicono da tempo che Macron è impopolare, mentre Philippe è gradito ai francesi. Chissà se la mossa di oggi non abbia mirato a sventare possibili velleità del premier in vista delle prossime presidenziali. In ogni caso, i rischi per l’Eliseo sono tanti. Uno spostamento a sinistra lo scoprirebbe a destra, che è l’area in cui maggiormente si concentrano gli umori della Francia in questa fase, di fatto regalando un assist a quella Le Pen, che con il suo Rassemblement National tallona i centristi nei sondaggi e aspira con prospettive credibili a vincere nel 2022.

I rischi di un’eventuale svolta a sinistra

E, soprattutto, cosa farà il nuovo governo? I primi tre anni di Macron si sono distinti per una politica economica d’impronta liberale, tra riforma del lavoro, tentativo abortito di riformare le pensioni e tagli alla spesa pubblica concomitanti a quelli delle imposte. La sua agenda “business-friendly” aveva accelerato il tasso di crescita del pil fino al 2019, attirando capitali esteri. Adesso, un’eventuale svolta a sinistra rischia di rendere ancora meno agevole l’uscita dalla pesantissima crisi in corso per via del Coronavirus, con il pil atteso in caduta dell’11% quest’anno. Di particolare importanza sarà la figura del prossimo ministro dell’Economia, in quanto segnalerà proprio chi e come gestirà i dossier economici nei prossimi due anni. Verrà riconfermato il liberale Bruno Le Maire?

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Il licenziamento del governo si rivela un punto di debolezza per Macron, il quale vuole evitare il più possibile che qualcuno gli faccia ombra, così come fece egli stesso con l’allora presidente socialista François Hollande da ministro dell’Economia, oscurando un Eliseo debolissimo con un attivismo insolito per un componente dell’esecutivo. Si dimise a otto mesi dalle elezioni per contendere la poltrona proprio a Hollande, il quale nemmeno trovò il coraggio di ricandidarsi, certo dell’umiliante risultato che avrebbe ottenuto.

Macron dovrà decidersi in fretta se intende rivendicare i buoni propositi del suo programma, magari portati avanti con arroganza e senza la giusta capacità di comunicazione che serve in questi casi, oppure se intende trascorrere il prossimo biennio a scucire la tela per strizzare l’occhio all’elettorato più ostile alle riforme. Per quanto sia stato opinabile il suo modo di fare, ad oggi lascia un’eredità positiva del suo operato sia sul piano della politica interna, che su agli esteri.

La sua Francia ha cambiato volto, mostrandosi più dinamica e meno legata alle incrostazioni corporative del passato e, soprattutto, ha una visione dell’Europa, condivisibile o meno, contrariamente al ruolo di semplice comprimario della Germania che negli anni precedenti si era ritagliata. Ma non è rincorrendo ambientalisti e socialisti dai consensi inesistenti che potrà sfuggire sia alle proteste rumorose di piazza, sia all’impopolarità.

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