Le elezioni in Groenlandia minacciano l’industria delle terre rare e la Cina può sorridere

I risultati del voto vedono come vincitori gli indipendentisti ecologisti, contrari allo sfruttamento delle minere.

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Terre rare e l'impatto delle elezioni in Groenlandia

L’industria delle terre rare può tremare. I risultati delle elezioni in Groenlandia di ieri danno per vincitori Inuit Ataqatigiit (IA), letteralmente “Comunità del popolo”, il partito degli indipendentisti ecologisti, contrario allo sfruttamento delle miniere sull’immensa isola di ghiaccio. Con il 37% dei voti ottenuti, in netta crescita dal 26% del 2017, spodestano dalla prima posizione la sinistra socialdemocratica di Siumut, che si è fermata al 29% e che ha governato la Groenlandia per gran parte del periodo che va dal 1979 ad oggi.

IA si oppone al progetto di sfruttamento del complesso minerario di Kvanefjeld, nel sud dell’isola artica. Il governo del premier uscente Kim Kielsen aveva dato l’ok al rilascio della licenza alla compagnia australiana Greenland Minerals, di proprietà cinese. Questa risulta avere investito nel progetto 100 milioni di dollari. Il sottosuolo della Groenlandia è molto ricco di minerali, di cui le terre rare, elementi della tavola periodica molto impiegati dall’industria moderna per produrre dagli smartphone alle turbine eoliche, dalle batterie per le auto elettriche ai microchip.

Cina quasi monopolista delle terre rare

Tra i minerali di cui abbonderebbe l’isola vi è persino l’uranio. Va detto che IA non sarebbe del tutto contraria allo sfruttamento in sé, quanto all’impatto ambientale che esso rischia di avere sul territorio. E lo stesso successore di Kielsen alla guida del partito, Erik Jensen, si mostra molto più tiepido sul rilascio della licenza. Tra IA e Siumut sussiste una grossa differenza in termini strategici: il secondo è favorevole all’indipendenza della Groenlandia, pur mantenendo stabili relazioni con la Danimarca, e per ciò vede proprio nell’industria estrattiva una fonte economica per sganciarsi da Copenaghen.

Le terre rare sono sostanzialmente un monopolio della Cina, che ad oggi ne estrae per il 90% della produzione mondiale.

L’isola del Polo Nord disporrebbe del secondo più vasto giacimento al mondo di questi minerali, potenzialmente capace di porre fine al monopolio cinese. Negli ultimi anni, lo scioglimento dei ghiacciai provocato dai cambiamenti climatici sta rendendo più facile l’attività estrattiva in Groenlandia, la cui strategicità sul piano geopolitico continua a crescere per tutte le principali potenze mondiali.

L’America guarda alla Groenlandia

Nel 2019, il presidente americano Donald Trump offrì alla Danimarca una grossa somma di denaro per vendergli l’isola, ma Copenaghen non prese neppure in considerazione la proposta. Alla base dell’idea del tycoon vi era proprio la volontà di mettere le mani sulle terre rare. Lo scorso anno, prima di lasciare la presidenza, ha fatto aprire un consolato americano a Nuuk, capitale dell’isola, con il fine di rafforzare i legami tra gli USA e la popolazione locale. Questa dipende dalla Danimarca in politica estera, per la difesa e monetaria. Gli americani qui vi posseggono già una base militare, rientrando l’isola nella NATO tramite la madrepatria.

Tornando alle terre rare, sappiamo quanto siano diventate essenziali per l’industria tecnologica. In questi mesi, la carenza di chip sta creando parecchi problemi alla produzione di svariati beni, dalle auto agli elettrodomestici, passando per i dispositivi mobili, un fatto che rimarca l’assoluta necessità per ciascuna area economica di rendersi quanto più indipendente possibile sul piano dell’approvvigionamento delle materie prime. La Cina può sorridere con la vittoria di IA, pur vedendosi formalmente minacciato il business delle estrazioni sull’isola. D’altra parte, però, la possibile svolta ecologista della Groenlandia continuerebbe a renderla quasi monopolista nella produzione di terre rare.

D’altronde, non è l’unica fortuna di Pechino in materia. La Corea del Nord stessa risulterebbe straricca di minerali come le terre rare, ma a causa della sua chiusura al resto del mondo non è possibile lo sfruttamento dei relativi giacimenti. Tempo fa si stimò che sul sottosuolo nordcoreano vi fossero minerali per un controvalore di 6.000 miliardi di dollari, qualcosa come tre volte il PIL dell’Italia e circa duecento volte in più quello della Corea del Nord.

Nel caso della Groenlandia, le estrazioni di terre rare e minerali come l’uranio restano difficoltose per la copertura quasi totale dei ghiacci durante l’anno. Ma il mondo è a caccia di alternative alla Cina e l’isola non potrà permettersi a lungo di fare troppo la preziosa.

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