Tensioni sull’euro dopo l’accordo USA-Cina, ecco il possibile scherzetto di Pechino

Tra Europa e Cina saranno possibili tensioni commerciali originate dall'euro dopo la firma dell'accordo tra USA e Pechino.

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Tra Europa e Cina saranno possibili tensioni commerciali originate dall'euro dopo la firma dell'accordo tra USA e Pechino.

Tre dei principali fattori di debolezza dell’euro di questi ultimi tempi stanno svanendo tutti contemporaneamente. La Brexit sarà realtà tra pochi giorni e, sebbene un accordo commerciale tra Regno Unito e Unione Europea non sia ancora alla portata, lo scenario peggiore sembra allontanarsi con la vittoria di Boris Johnson alle elezioni generali di dicembre. E la stessa BCE ha ammesso che l’economia dell’Eurozona, per quanto non entusiasmi, starebbe inviando “segnali di stabilizzazione della crescita”. La Germania, in particolare, non è caduta in recessione come si temeva e, anzi, sarebbe cresciuta dello 0,6% nel 2019, mentre quest’anno dovrebbe superare l’1%. Poco, ma non è crisi per la locomotiva d’Europa.

Infine, l’accordo USA-Cina. Siglata la “Phase One” nei giorni scorsi, la “guerra” dei dazi tra le due superpotenze può considerarsi sospesa, se non conclusa. Certo, la “Phase Two” non implicherà a priori la cancellazione delle tariffe innalzate nel corso del 2019 per ammissione dello stesso governo americano, ma a parte il dubbio che si tratti di retorica da tattica negoziale, il peggio sembra davvero alle spalle. E tutte queste buone notizie depongono a favore dell’euro, che contro il dollaro scambia ancora a 1,11, restando del 20% più debole rispetto all’era pre-QE.

Gli stessi rendimenti bassissimi, perlopiù negativi, vigenti sui mercati sovrani dell’area segnalano le aspettative rialziste degli investitori sulla moneta unica, specie contro il biglietto verde. Per la Cina, se l’euro si rafforzasse non sarebbe un evento secondario. Pechino ha accumulato 3.100 miliardi di dollari di riserve valutarie, grazie ai suoi avanzi commerciali e agli afflussi dei capitali negli anni. Di questi, quasi i due terzi sarebbero denominati in dollari e appena un quinto in euro.

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I rischi per l’Eurozona

Se il dollaro si sgonfia e l’euro si rafforza, la Cina avrà un certo interesse a convertire una quota crescente delle sue riserve nella nostra divisa, anziché in quella americana. Non solo diversificherebbe, ma oltre tutto incrementerebbe il valore delle sue stesse riserve, magari rivendendo in futuro gli assets acquistati nell’Eurozona a un cambio più alto e maturando plusvalenze. Ma questa operazione, in sé legittima, avrebbe ripercussioni immediate sull’euro, accentuandone l’apprezzamento contro lo yuan. Al momento, il rapporto tra le due valute si attesta a 7,67 e dal settembre del 2018 è sceso sotto 8. Tale quota, però, verrebbe riagganciata e chissà in quale misura superata nel caso di investimenti per qualche centinaio di miliardi da dollari a euro.

Un euro più forte è scontato che vi sarà nei prossimi anni, ma il ritmo con cui si rafforzerà sui mercati determinerà la sostenibilità o meno di tale percorso per le economie dell’area, specie le più deboli e dipendenti dalle esportazioni come l’Italia. Già l’accordo USA-Cina metterà a dura prova il comparto agroalimentare europeo, immaginate se ci si mettesse pure l’euro a correre troppo con yuan, dollaro, etc., finendo per arrestare o rallentare decisamente la crescita economica dei 19 stati membri.

Pechino ha rassicurato nell’estate scorsa che gestirà la diversificazione delle sue riserve con la dovuta prudenza. Sinora, lo ha fatto. Per il futuro, nulla è scolpito sulla roccia, anche perché forte è la tentazione in Asia di colpire il “super dollaro” per punire il governo americano ed esibire una certa forza negoziale con esso. Del resto, l’euro è nato con l’ambizione di affiancarsi al dollaro come valuta di riserva mondiale. Non c’è riuscito, anzi ha creato molti dubbi sulla sua sopravvivenza nel lungo periodo tra gli investitori. Ciò non significa, però, che nel breve e medio periodo qualche paese non vi speculi al rialzo, ma finendo con l’accentuare la debolezza dell’unione monetaria.

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