Tensioni sul mercato monetario USA, Powell interviene e spiega: non è nuovo QE

Nuovi acquisti di Treasuries da parte della Federal Reserve, ma non chiamatelo "quantitative easing", spiega il governatore Jerome Powell, che parla di semplici aggiustamenti da apportare al mercato monetario USA.

di , pubblicato il
Nuovi acquisti di Treasuries da parte della Federal Reserve, ma non chiamatelo

Martedì sera, a un incontro del National Association of Business Economics, il governatore della Federal Reserve, Jerome Powell, ha annunciato che tornerà ad acquistare titoli di stato americani per accrescere le riserve bancarie nel tempo, aggiungendo che ciò non dovrà essere confuso con un quarto ciclo di “quantitative easing” e che non si tratta di un intervento di politica monetaria.

Stando agli analisti, gli acquisti di Treasuries ammonteranno a centinaia di miliardi di dollari nell’arco di diversi mesi. E ad avere ripiegato sulle parole di Powell sono stati, in particolare, i rendimenti a brevissimo termine, con il T-bill a 1 mese ad essere sceso dall’1,76% all’1,69%, mentre il decennale è passato dall’1,56% all’1,54%. In effetti, proprio i titoli molto corti sarebbero i principali obiettivi dello shopping Fed.

Cosa sta succedendo? A settembre, il mercato monetario americano ha registrato diversi episodi di tensione, con i tassi repo ad essersi impennati, a un certo punto, dal 2% al 10%. Le banche hanno a tratti quasi smesso di prestarsi denaro tra loro a brevissimo termine (“overnight”), un fatto che ha richiamato alla memoria quanto accadde nelle ore successive al crac di Lehman Brothers, quando praticamente tra istituti i prestiti si prosciugarono all’istante.

La Fed taglia ancora i tassi, ma la comunicazione di Powell non funziona

Il fatto è che stavolta non sembra chiaro cosa sia successo nel concreto, pur esistendo un mix di spiegazioni, tutte convincenti e nessuna di loro escluderebbe le altre. Probabile che la liquidità delle banche sia finita sotto pressione per le corpose emissioni di debito sovrano USA, a loro volta necessarie per finanziare il deficit crescente, parte del quale legato al taglio delle tasse senza coperture. Inoltre, con l’avvicinarsi di fine settembre sussistono diverse scadenze fiscali, le quali comportano la necessità per gli istituti di accantonare denaro per provvedere ai pagamenti. In più, la stringente regolamentazione finanziaria degli anni pre-Trump ha obbligato a maggiori detenzioni di scorte liquide per reagire ai rischi potenziali futuri. Infine, la Fed ha ridotto il suo bilancio tra la fine del 2017 e l’estate scorsa di circa 500 miliardi.

L’origine della crisi di liquidità sul monetario

Tra la fine del 2008 e il 2014, l’istituto acquistò Treasuris e bond coperti dalla garanzia immobiliare attraverso tre cicli di “quantitative easing” per un totale di 3.600 miliardi di dollari. Successivamente e fino a quasi due anni fa, ha tenuto questi assets in portafoglio e li ha rinnovati alla scadenza per tenere intatta la liquidità sui mercati. Ma con il miglioramento dell’economia americana, ha sentito la necessità di iniziare a ridurre il proprio bilancio, accelerando un anno fa il taglio a 50 miliardi mensili. Come risultato, ha drenato liquidità dai mercati, cioè anche, se non essenzialmente, dalle banche. Da qui, le tensioni delle scorse settimane, sebbene già a luglio Powell avesse annunciato che avrebbe cessato la riduzione degli assets, i quali hanno ripreso leggermente a salire nel portafoglio Fed.

La liquidità in eccesso delle banche americane oggi si attesterebbe sui 1.400 miliardi, la metà di 5 anni fa e a circa -350 miliardi quest’anno, segnalando una caduta a partire dalla scorsa primavera. Proprio queste riserve la Fed cercherà di rimpinguare, acquistando dalle banche titoli e liberando così liquidità spendibile a brevissimo termine. Vero è che queste azioni non mirano a sostenere l’economia, ma senza dubbio evitano che essa imploda per assenza di prestiti sul monetario, con tutto quanto ne conseguirebbe in termini finanziari e di rischi per l’operatività del sistema bancario.

Comunque sia, le parole del governatore tradiscono l’impossibilità per le banche centrali di ritrarsi dai mercati, pur gradualmente, dopo un decennio di accomodamento monetario non convenzionale e senza precedenti. Esse sono diventate come pusher e ogni qualvolta adombrano anche solo l’ipotesi di smettere di vendere “droga”, i clienti iniziano a sentirsi male e le supplicano vistosamente di non abbandonarli, promettendo informalmente che il prossimo sarà l’ultimo buco per poi smettere. Ma sappiamo che non è così.

Perché le banche centrali, quando iniziano ad agire, rovinano la festa ai bond?

giuseppe.

[email protected] 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: , ,
>