Tempesta finanziaria, perché i mercati sono così terrorizzati

Mercati finanziari in subbuglio per il rischio Brexit. Ma di preciso di cosa hanno paura?

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Mercati finanziari in subbuglio per il rischio Brexit. Ma di preciso di cosa hanno paura?

Tutto sa di fuga per mettersi al sicuro sui mercati finanziari in questi giorni. I rendimenti decennali dei Bund sono scesi ieri per la prima volta nella loro storia sotto zero, le quotazioni dell’oro si aggirano sui 1.290 dollari l’oncia, i Treasuries continuano a rendere sulla scadenza decennale ai minimi degli ultimi 3 anni e lo yen segna un guadagno di quasi il 12% quest’anno contro il dollaro.

In compenso, i mercati azionari sono in forte fibrillazione: la Borsa di Londra ha “bruciato” in 4 sedute 100 miliardi e gli assets già considerati più a rischio, come i titoli bancari italiani, macinano perdite su perdite, arrivando a cedere alla fine della seduta di ieri quasi il 48% del loro valore di inizio anno.

Tutto questo potrebbe essere solo l’antipasto di un menù ben più nutrito e che sarebbe servito sin dal venerdì della prossima settimana, quando si conosceranno i risultati del referendum sulla Brexit del giorno prima. Il voto deciderà se il Regno Unito resterà o meno nella UE. I sondaggi propendono per assegnare la vittoria ai “Leave”, i sostenitori del divorzio tra Londra e Bruxelles. Più prudentemente, possiamo affermare che saremmo dinnanzi a un testa a testa, di per sé poco rassicurante. E’ probabile che la differenza la faccia l’affluenza. Se sarà bassa, la Brexit sarebbe una realtà. Viceversa, diverrebbe meno probabile.

Rischio Brexit, finanza ha paura

Lasciamo stare la campagna mediatica di stampo “terroristico” abbracciata dal premier David Cameron, nel tentativo di spingere i sudditi di Sua Maestà a recarsi ai seggi e votare per rimanere nella UE. I calcoli sul pil di medio-lungo termine lasciano sempre il tempo che trovano, mentre rilevano maggiormente altri aspetti, che riguardano certamente l’economia britannica, ma non solo.

Il settore immediatamente più colpito sarebbe quello finanziario, nel caso di Brexit. La City è un hub internazionale della finanza, intermedia ogni giorno più euro di quanti ne transitino sui mercati dell’Eurozona e più dollari di quanti ne siano scambiati negli stessi USA.

 

 

La City perderebbe status di hub finanziario globale

Le grandi banche d’affari, i fondi d’investimento, le compagnie di assicurazione sono tutti terrorizzati dalla prospettiva di un divorzio con la UE.

Perché? Nel 2014, l’80% degli investimenti finanziari esteri nel Regno Unito arrivavano da paesi fuori dalla UE. Quanto basta per fare sostenere ai referendari pro-Brexit che l’addio a Bruxelles non comporterebbe grosse perdite.

In verità, gran parte di questi investimenti extra-UE si sono diretti a Londra in questi anni per la semplice ragione che è sufficiente aprire nella City una sede per ottenere l’operatività in tutto il resto d’Europa. Con l’abbandono delle istituzioni comunitarie, questo meccanismo verrebbe meno, perché una banca o un fondo a Londra non potrebbe più operare automaticamente anche nel resto del Vecchio Continente, dovendo aprire una sussidiaria in almeno uno stato membro della UE. Sarebbe una procedura costosa (bisognerebbe tenere conto del capitale minimo imposto dalle autorità nazionali ospitanti) e nemmeno veloce, richiedendo probabilmente mesi o persino qualche anno di tempo (si pensi al possibile boicottaggio a fini politici degli altri stati).

Irlanda potrebbe beneficiare da Brexit

Capital Economics stima in 10 miliardi di sterline il crollo delle esportazioni finanziarie britanniche verso la UE, pari alla metà delle attuali. La perdita di posti di lavoro a Londra sarebbe attesa nell’ordine delle 100.000 unità. Di più: a causa del suo isolamento, la City potrebbe non più essere considerata un approdo desiderabile dalla finanza internazionale, perdendo di fatto il suo status di hub globale.

Certo, a potere beneficiare della crisi londinese potrebbe essere, in particolare, Dublino, dove basta un capitale di 300.000 euro per aprire una sussidiaria bancaria e operare nel resto della UE. E l’Irlanda è già oggi fonte di attrazione di capitali esteri per la sua tassazione molto leggera sugli investimenti.

 

 

 

Che divorzio sarebbe?

Ma non è solo la finanza a spaventare il mercato. A seconda del modo in cui avverrebbe il divorzio, si corre il rischio di una crisi rovinosa nei rapporti politici ed economici tra UE e Regno Unito.

In teoria, Londra potrebbe continuare a mantenere l’accesso al mercato comune, come avviene con Svizzera e Norvegia, ma ugualmente non beneficerebbe dell’operatività automatica per il suo settore finanziario anche nel resto d’Europa, inoltre non è detto che Bruxelles gli conceda un tale privilegio, come ha avvertito il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, secondo cui se i britannici opteranno per lasciare la UE, lo faranno in tutto e per tutto.

D’altronde, se al Regno Unito fosse consentito di restare nel mercato comune, limitando così i danni della Brexit, altri paesi tentati dall’euro-scetticismo, come Olanda e Polonia, potrebbero seguire, essendo i rischi contenuti. Pertanto, almeno per una prima fase, c’è il pericolo che Bruxelles sia costretta a chiudere alle richieste di Londra, al fine di evitare un’ulteriore disgregazione comunitaria.

Inizio disgregazione UE

La Brexit, però, sarebbe avvertita anche come l’inizio di una frantumazione dell’Europa. Potrebbero tornare prestissimo le tensioni finanziarie nell’Eurozona, in quanto gli investitori metterebbero di nuovo in dubbio la tenuta dell’unione monetaria. Richieste di referendum potrebbero sorgere qua e là in Europa e i governi nazionali potrebbero indebolirsi politicamente a tal punto, da imitare il percorso seguito da Cameron, ovvero cedendo alle istanze dei partiti euro-scettici.

Il caos politico si accompagnerebbe alle incertezze economiche. La ripresa nell’Eurozona potrebbe anche spegnersi e nello scenario più grave tramutarsi in una nuova recessione. Le conseguenze sarebbero devastanti sul piano della pace sociale. Nel frattempo, nel Regno Unito si affaccerebbe l’ipotesi di un secondo referendum per l’indipendenza della Scozia, un evento che porterebbe a tensioni anche tra il governo spagnolo e quello secessionista catalano.

 

 

 

Tempesta finanziaria

E quand’anche la Brexit sarà evitata per pochi voti, il messaggio contro Bruxelles sarà stato chiaro e ciascuna delle parti valuterà l’esito del referendum a proprio vantaggio, innescando tensioni politiche interne, oltre che, comunque, una paralisi delle istituzioni a Bruxelles.

Non sappiamo quanto sia già stato scontato l’evento più negativo, se davvero si verificherà e se il mercato reagirà con un crollo o valutandone la portata di fase in fase con maggiore pragmatismo. L’unica cosa che riteniamo molto probabile è che la finanza sarà in subbuglio e forse nemmeno per un periodo limitato. Tempesta finanziaria o meno, sarebbe molto più complicato investire sui mercati dalle prossime settimane.

 

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