Tedeschi evasori fiscali? Insospettabili pizzicati con i soldi nascosti nelle mutande

L'evasione fiscale non ha confini. 6.300 tedeschi si sono autodenunciati al fisco dopo il mancato accordo Germania-Svizzera, favoriti da un'imposta di appena il 5-12% della somma evasa

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L'evasione fiscale non ha confini. 6.300 tedeschi si sono autodenunciati al fisco dopo il mancato accordo Germania-Svizzera, favoriti da un'imposta di appena il 5-12% della somma evasa

Sono diversi i cittadini tedeschi, sorpresi alla frontiera con la Svizzera, mentre tentano di riportare a casa somme di denaro sottratte al fisco ed esportate prima presso gli istituti elvetici. E’ quanto riporta Bloomberg, che ha raccolto le testimonianze di alcuni agenti di frontiera. I casi più eclatanti, quanto buffi, riguardano un signore di 72 anni che aveva nascosto 150 mila euro in un corsetto, mentre un altro è stato sorpreso a nascondere somme cospicue in due assorbenti per l’incontinenza. Per non parlare dei più classici esempi di denaro nascosto sotto i vestiti e tra la biancheria intima.

Si tratta di cittadini tedeschi, spaventati dal mancato accordo fiscale Germania Svizzera per il rientro dei capitali esportati illegalmente verso i cantoni elvetici. L’intesa prevedeva il pagamento di un’aliquota una tantum compresa tra il 21% e il 41%, che avrebbe sanato l’illegalità, ma è stata bocciata dal Bundesrat, la Camera alta del Parlamento tedesco. Pertanto, oggi l’unico modo per gli evasori in Germania di non rischiare multe salate sarebbe di auto-denunciarsi. Dovranno, infatti, affrontare il pagamento di solo un’aliquota del 5-12%, inferiore a quella applicata nel caso in cui fosse entrato in vigore l’accordo svizzero-tedesco.

 

Evasione fiscale Germania: le autodenunce sono la miglior prova delle dimensioni del fenomeno

Una manna dal cielo per le già solide finanze teutoniche, che hanno raccolto 1,2 miliardi nel 2011 per le sole autodenunce. Adesso, la cifra potrebbe impennarsi, grazie paradossalmente al mancato accordo con Berna.

 

Accordo fiscale Italia Svizzera: tra il dire e il fare ci sono le Alpi

Anche l’Italia è in attesa di applicare sui capitali esportati illegalmente dal nostro paese in Svizzera il cosiddetto “schema di Rubik”.

Esso consiste nel fatto che il governo elvetico paga una certa percentuale concordata su tali somme a titolo di sanatoria, mentre per gli anni successivi verrà applicata un’aliquota sui rendimenti degli stessi e sull’eventuale nuovo afflusso di capitali nostrani. Si pensi che sarebbero 120 miliardi di euro i capitali sfuggiti al fisco italiano e depositati presso le banche svizzere. Tuttavia, negli ultimi mesi l’intesa tra Roma e Berna si è impantanata, quando avrebbe dovuto essere siglata già nel dicembre 2012, a oltre un anno dall’inizio delle trattative. Il governo Letta punta, infatti, a ottenere l’accordo all’interno dello schema europeo di scambio delle informazioni con gli istituti svizzeri. Sta di fatto che questi ultimi ritengono sempre meno conveniente accettare capitali stranieri in barba al fisco dei paesi di origine, perché i diversi accordi pattuiti tra Berna e gli altri governi (l’ultimo è di pochi giorni fa con gli USA) stanno oberando le banche di costi molto alti, tali per cui esse stanno richiedendo nella maggior parte dei casi la dimostrazione di fedeltà fiscale dei depositanti, la cosiddetta “compliance”, che nel caso italiano consiste nell’esibire il rigo RW del Modello Unico compilato.

Un processo simile sta avvenendo in altri “paradisi fiscali”, come Singapore, per cui restano ancora isole felici per i poco avvezzi alle tasse solo alcune realtà caraibiche poco inclini alla trasparenza. Ma forse anche per loro è questione di tempo.

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