Tassi zero per sempre, benvenuti nell’era della sindrome giapponese

La Federal Reserve ha dato il via ufficialmente a una nuova era monetaria, in cui i tassi rimarranno quasi certamente azzerati a lungo e il "quantitative easing" diverrà la regola.

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La Federal Reserve ha dato il via ufficialmente a una nuova era monetaria, in cui i tassi rimarranno quasi certamente azzerati a lungo e il

La Federal Reserve ha svoltato a Jackson Hole, dove si è tenuto l’annuale simposio delle banche centrali. Il governatore Jerome Powell, giovedì scorso, ha annunciato la revisione del target d’inflazione, che pur restando al 2% verrà tarato su un arco di tempo superiore all’anno, così da compensare i periodi in cui la crescita tendenziale dei prezzi è risultata inferiore. Novità anche per il secondo obiettivo dell’istituto: le deviazioni dal tasso di massima occupazione compatibile con la stabilità dei prezzi verranno contrastate solo se al ribasso. Nel complesso, emerge uno scenario ancora più accomodante per la politica monetaria americana di quanto non lo sia stato nel corso dell’ultimo decennio.

La Fed tollererà tassi d’inflazione superiore al 2% per un periodo tale da compensare gli anni di obiettivo mancato e non interverrà ad alzare i tassi quando il mercato del lavoro si troverà in una condizione di maggiore occupazione rispetto a quella piena, al di sotto della quale sinora si è creduto che la crescita dei prezzi accelerasse. Va in archivio la curva di Phillips e finisce una tradizione iniziata con Paul Volcker e proseguita con Alan Greenspan, che vedeva la Fed restringere le condizioni monetarie al raggiungimento dell’obiettivo di piena occupazione e/o dell’inflazione al 2%.

Ci sarà inflazione o deflazione dopo l’emergenza Coronavirus?

L’esempio del Giappone

Gli analisti prevedono già che i tassi americani resteranno azzerati per chissà quanti anni ancora. Un po’ si era capito da tempo che questa sarebbe stata la direzione verso cui si andasse, semplicemente l’emergenza Covid ha accelerato i tempi. Del resto, l’inflazione si tiene bassa e sotto i target in tutto il mondo avanzato da svariati anni e nemmeno gli acquisti massicci di assets ne hanno rinvigorito i tassi di crescita.

In un certo senso, era scritto nelle stelle. Così era accaduto ben prima al Giappone, in stagnazione da inizio anni Novanta e in deflazione dal 1997. Anni di accomodamento monetario estremo e ricorso all’indebitamento senza freni non sono riusciti a risollevare né l’economia, né i prezzi al consumo nipponici.

La cosiddetta “sindrome giapponese” sembra avere contagiato il resto del mondo avanzato. E la Banca del Giappone fissa da anni i tassi a livelli nominali negativi, arrivando a detenere quasi la metà dell’immenso debito pubblico accumulato da Tokyo. Fed e BCE, in particolare, stanno incamminandosi sulla stessa strada, con i rispettivi bilanci dilatatisi rispettivamente al 35% e al 45% del pil. La monetizzazione dei debiti sovrani, divenuta esplicita con la pandemia, è una delle prime conseguenze di questa nuova policy, essendo venuti meno i timori che possa portare a una destabilizzazione dei prezzi.

Se l’esempio del Giappone resta valido, l’efficacia del nuovo corso alla Fed (e prima o poi presso tutte le altre grandi banche centrali) non sarà affatto garantita. Negli anni scorsi, il governatore Haruhiko Kuroda raddoppiò al 2% il target d’inflazione, finendo per fare un buco nell’acqua. La mossa avrebbe dovuto convincere il mercato sul cambio di marcia in senso molto più espansivo della politica monetaria, surriscaldando le aspettative d’inflazione. Invece, sembra essere prevalso lo scetticismo tra famiglie e imprese e non è detto che non accada lo stesso sugli altri mercati. In fondo, se gli istituti non sono da anni in grado di centrare i rispettivi target, perché mai dovrebbero poter raggiungere risultati ancora più ambiziosi? Sarebbe come se a un atleta che non fosse in grado di compiere un salto in alto di un metro gli alzassimo l’asticella a 2 metri.

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