Tagliare le tasse, non i tassi: ecco come si combatte la crisi

Politica monetaria inefficace da sola, serve un taglio delle tasse per stimolare la ripresa dell'economia.

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Politica monetaria inefficace da sola, serve un taglio delle tasse per stimolare la ripresa dell'economia.

Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Francesco Scaramuzzino, lettore di Investire Oggi, che ringraziamo, il quale s’interroga sull’efficacia delle politiche monetarie ultra-espansive e che esprime dubbi sulla loro capacità di sostenere la ripresa dell’economia, nonché sui benefici derivanti da una risalita delle quotazioni del petrolio. Il contenuto dell’articolo sotto esposto trova concorde la redazione.   C’è stato un tempo in cui la soluzione ai problemi economici era monetaria: il tempo in cui, giusto per citare l’esempio più rilevante, la Fed portava i tassi a zero e inondava mensilmente i mercati di liquidità. Quel tempo è finito e non tanto perché la Fed, sia pure con molta titubanza, dopo il tapering ha dato avvio alla fase di “normalizzazione” dei tassi, quanto perché ad oggi le soluzioni monetarie adottate per contrastare la crisi sono pressappoco inefficaci. Le politiche monetarie espansive esplicano i propri effetti positivi nelle fasi acute di una crisi economica, quando la fiducia viene meno, per cui una banca centrale con un ruolo di prestatore di ultima istanza interviene per alleviare le tensioni sui mercati finanziari e per ravvivare il sistema creditizio.

Affinché le politiche espansive possano raggiungere gli effetti sperati non è sufficiente intervenire adottando gli strumenti migliori (convenzionali e non) a disposizione della banca centrale,  ma è necessario anche intervenire tempestivamente.

Dubbi su effetti benefici da aumento prezzi petrolio

  Non è un caso che oggi nei paesi in cui subito dopo lo scoppio della crisi sono state avviate politiche espansive simili a quelle adottate dalla Fed, il livello dei prezzi è mediamente più elevato rispetto a quello prevalente nei paesi in cui tali politiche sono state adottate in ritardo. Come noto, i fattori principali ai quali ricondurre la debolezza dei prezzi su scala mondiale sono due: il ribasso delle quotazioni del petrolio (e delle altre materie prime utilizzate nei processi produttivi) ed il calo della domanda (consumi, investimenti e spesa pubblica). Mentre un calo della domanda produce certamente effetti deflattivi sui prezzi e recessivi sull’economia, stesse immediate considerazioni non valgono circa gli effetti dei prezzi delle materie prime sul sistema economico. Ipotizzando che l’unica materia prima impiegata nella produzione sia il petrolio, un calo nel prezzo dello stesso si traduce, innanzitutto, in una riduzione dei costi delle imprese. Se questo calo avviene in fasi di espansione dell’attività economica (quindi molto presumibilmente per ragioni geopolitiche) le imprese, trovandosi di fronte una domanda robusta, sarebbero incentivate ad investire o potrebbero trarre da questa situazione un’opportunità per migliorare i propri conti.        

Taglio tasse per ripresa, non più inflazione

  Di fatto, un abbassamento del prezzo del petrolio non può tradursi in una riduzione dei ricavi per le imprese, semmai in una riduzione dei propri oneri, quindi in un miglioramento del risultato netto d’esercizio. Un calo dei prezzi delle materie prime in fasi espansive non fa altro che allungare le stesse, visto che il principale fattore di rischio nei momenti di crescita sono gli elevati livelli d’inflazione. Nel momento in cui il calo delle quotazioni del petrolio avviene in fasi recessive (quindi per effetto del calo della produzione e, nella peggiore delle ipotesi come quella attuale, per causa di una riduzione della produzione congiuntamente a fattori geopolitici) auspicare un aumento delle quotazioni del petrolio per spingere al rialzo i prezzi potrebbe essere devastante. L’errore principale è credere che le scelte di consumo siano legate all’andamento dei prezzi. E’ difficile pensare che il consumatore medio, digiuno di nozioni economiche, basi le proprie scelte d’acquisto facendo riferimento all’andamento futuro dei prezzi e all’andamento delle materie prime sui mercati. In un contesto caratterizzato da elevati livelli di pressione fiscale, la cui percezione è immediata da parte degli agenti economici, le scelte di spesa e di risparmio saranno condizionate dalla tassazione piuttosto che dall’andamento medio dei prezzi. Per uscire da questa impasse, dunque, attendere una ripresa del prezzo delle materie prime è paradossale: a quel punto le imprese si troverebbero di fronte non solo ad una domanda debole e ad un sistema bancario che stenta ad erogare credito, ma anche a costi di produzione più elevati, con conseguenze negative sulla produzione, sugli investimenti, sull’occupazione e sui consumi. Siamo dunque arrivati al punto in cui la soluzione ai malanni che affliggono le economie, in particolar modo la nostra economia, è fiscale. Solo attraverso politiche fiscali espansive, che si affianchino alle attuali politiche monetarie, sarà possibile fornire nuovo slancio ai consumi, ai prezzi ed alla produzione.   Francesco Scaramuzzino  

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