Tassi zero di Draghi a lungo? Li pagherà l’Italia con l’offensiva tedesca

La Germania passa al contrattacco sui tassi zero di Draghi e la flessibilità fiscale della Commissione europea. L'economia italiana è quella che pagherà di più per il cambio di passo preteso dai tedeschi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La Germania passa al contrattacco sui tassi zero di Draghi e la flessibilità fiscale della Commissione europea. L'economia italiana è quella che pagherà di più per il cambio di passo preteso dai tedeschi.

L’altro ieri si è tenuta a Francoforte la prima riunione del board della BCE in questo 2017 e come da attese non ha esitato alcuna novità in politica monetaria per l’Eurozona, visto che meno di un mese e mezzo fa, il governatore Mario Draghi aveva chiesto e ottenuto il terzo potenziamento del “quantitative easing”, il piano degli stimoli monetari da 80 miliardi al mese fino a marzo e da 60 miliardi dall’aprile prossimo e per tutto quest’anno. I tassi di riferimento rimangono anch’essi invariati e pari a zero. Nessuna novità nemmeno per quelli marginali e overnight. Eppure, i toni utilizzati da Draghi in conferenza stampa sono apparsi curiosamente “dovish”, oltre quanto ci si potesse aspettare.

Il governatore ha sostenuto che la risalita dell’inflazione nell’Eurozona sarebbe ancora poco solida e non del tutto convincente e che il QE potrebbe essere potenziato, se serve, sia come durata che nella quantità. Infine, ha chiarito che i tassi rimarranno bassi ancora a lungo. Alla Germania, che da tempo scalpita per l’avvio del “tapering”, ovvero del ritiro graduale degli stimoli monetari, ha chiesto “pazienza”, notando come i tassi zero convengano pure ai suoi cittadini. (Leggi anche: Germania risponde a Draghi: ci crei problemi politici)

Germania intimorita dall’euro-scetticismo montante

Da Davos, Svizzera, dove il gotha politico e finanziario mondiale si è incontrato questa settimana, il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, ha ammonito Draghi sul fatto che la sua politica monetaria ultra-espansiva stia provocando “problemi politici” in Germania. Non è la prima volta che Berlino e, in particolare, proprio Schaeuble attacchi la BCE per le sue presunte responsabilità nell’aumentare il tasso di euro-scetticismo tedesco. E con le elezioni federali in programma a settembre, il nervosismo nel partito conservatore della cancelliera Angela Merkel avanza.

A Berlino si avverte la necessità che le cose cambino, perché se gli euro-scettici tedeschi ottenessero una percentuale di consensi superiori alle già buone previsioni, strappandoli al centro-destra della cancelliera e azzoppandone la leadership, a rischio non ci sarebbe solo il quarto mandato, ma l’intera costruzione europea e la moneta unica. (Leggi anche: Intervista alla leader euro-scettica tedesca)

 

 

 

 

Fine della flessibilità fiscale per l’Italia

Ed ecco che la reazione tedesca sta avvenendo in questi giorni su un tema sensibile per l’Italia: i conti pubblici. Bruxelles ha inviato a Roma una lettera, nella quale si chiede al governo Gentiloni di mettere mano a una correzione della legge di stabilità, tagliando il deficit di 3,4 miliardi, lo 0,2% del pil. Contrariamente a quanto avvenuto in passato, adesso tutta la Commissione si mostra compatta nel non concedere più spazio di manovra al nostro paese, seppure dal commissario agli Affari monetari, Pierre Moscovici, sono state proferite parole rassicuranti sul raggiungimento di un accordo con il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan.

Il capitolo FCA, con la Germania che richiede il ritiro di tre modelli della casa automobilistica italo-americana per la presunta infrazione dei limiti sulle emissioni inquinanti, è solo una distrazione, che pure agita le cronache politiche di questi giorni. La reazione tedesca è molto più seria di quanto si creda. Berlino ha intenzione di porre fine alla flessibilità fiscale di cui Italia, Francia e Spagna hanno goduto in questi anni di gestione Juncker. L’elezione di Antonio Tajani alla presidenza dell’Europarlamento rappresenta proprio tale cambio di rotta, diremmo paradossalmente, visto che il deputato berlusconiano è espressione di quanti puntano a un’Europa meno rigida sul piano dei controlli e delle regole. (Leggi anche: Un berlusconiano a capo del Parlamento europeo, cosa cambia)

Commissione Juncker già al cambio di passo

Tuttavia, la sua presidenza è stata resa possibile dalla rottura dell’alleanza con il gruppo dei Socialisti & Democratici a Strasburgo, quello che ha premuto maggiormente dal 2014 per rendere meno incessanti le politiche di austerità. La Merkel ha bisogno di lanciare un segnale ai propri elettori e agli stessi commissari e per farlo ha sacrificato il suo rapporto con la sinistra europea, puntando a un’alleanza con le altre forze del centro-destra, liberali e conservatori euro-tiepidi, con cui condivide la necessità di un maggiore rigore sui conti pubblici.

Lo stesso presidente Jean-Claude Juncker, è già costretto sin da ora a cambiare passo sulle politiche di bilancio e se vorrà restare in sella alla Commissione dovrà adeguarsi alle richieste tedesche o altrimenti verrà sostituito con la scusa di una rottura dell’alleanza con i socialisti. Questi ultimi, fiutando l’aria che tira, starebbero anch’essi già cercando di adeguarsi al nuovo corso preteso da Berlino, come dimostra Moscovici. (Leggi anche: Germania attacca Commissione Juncker sui conti pubblici)

 

 

 

 

Offensiva su BCE

Sull’Italia non ci saranno sconti. E’ bene che non ci facciamo illusioni nemmeno sulle clausole di salvaguardia da 19 miliardi, che entro quest’anno dovranno essere evitate solo con coperture strutturali (tagli alla spesa pubblica e/o aumenti delle imposte), dopo essere state già rinviate di un anno dal governo Renzi su gentile concessione di Bruxelles. I nodi stanno arrivando al pettine.

Non è tutto. L’inflazione è già risalita in Germania nei pressi del target fissato dalla BCE (quasi al 2%). Se accelererà ancora, Draghi potrà anche invocare tutta la pazienza possibile, ma la reazione dei tedeschi sarà furente. Berlino non accetterà mai di destabilizzare i prezzi interni per tenere basso il costo del nuovo indebitamento nel Sud Europa. Attiverà le alleanze “dormienti” strette negli ultimi tempi con svariati governatori centrali del Nord e della Mitteleuropa e si spingerà fino a mettere Draghi nell’angolo. (Leggi anche: Ecco 3 nomi che decideranno il futuro degli stimoli di Draghi)

Rialzo dei tassi non vicino, la fine del QE sì

Il rialzo dei tassi non avverrà presto, perché non ve ne sarebbero le condizioni economiche, ma la fine del QE sì. E’ probabile che da Francoforte la Bundesbank otterrà dalla primavera prossima un cambio di linguaggio, che prepari il mercato a un ritiro degli stimoli, rafforzando l’euro e innalzando i tassi di mercato e contrastando così il surriscaldamento fuori controllo dell’inflazione. Se non sarà sufficiente, sarà chiesto di passare ai fatti, ovvero di iniziare a tagliare gli acquisti mensili di assets, titoli di stato in primis.

L’Italia subirà l’offensiva tedesca sul piano fiscale e su quello monetario e la nostra economia sarà quella che pagherà il conto più di ogni altra, essendo l’unica tra le grandi a non essere riuscita a riprendersi dalla lunga crisi iniziata nel 2008-’09, tanto da avere chiuso il 2016 in leggera deflazione e con un pil tutt’ora stagnante. Chissà che l’elezione di Tajani non sia servita anche per ingraziarsi Silvio Berlusconi, in vista di un suo sostegno dopo le elezioni a un governo di larghe intese con il PD, che dovrà realizzare misure impopolari, come il drastico taglio alla spesa o l’aumento di IVA e accise. (Leggi anche: Economia italiana, perché l’inflazione senza crescita sarebbe un disastro)

 

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Argomenti: austerità fiscale, Bce, Crisi economica Italia, Crisi Eurozona, Economia Europa, Economia Italia, Germania, Mario Draghi, quantitative easing, stimoli monetari

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