Tassi USA: rialzo a dicembre resta probabile, le dimissioni della Yellen anche

Vi ricordate tutte le dissertazioni intorno al destino dei tassi USA, nel caso avrebbe vinto le elezioni Donald Trump? Si diceva, che le tensioni finanziarie avrebbero impedito un loro rialzo all’ultimo board della Federal Reserve, in programma a metà dicembre, per cui la prossima stretta monetaria sarebbe slittata al 2017. Invece, dopo che la reazione […]

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Vi ricordate tutte le dissertazioni intorno al destino dei tassi USA, nel caso avrebbe vinto le elezioni Donald Trump? Si diceva, che le tensioni finanziarie avrebbero impedito un loro rialzo all’ultimo board della Federal Reserve, in programma a metà dicembre, per cui la prossima stretta monetaria sarebbe slittata al 2017. Invece, dopo che la reazione […]

Vi ricordate tutte le dissertazioni intorno al destino dei tassi USA, nel caso avrebbe vinto le elezioni Donald Trump? Si diceva, che le tensioni finanziarie avrebbero impedito un loro rialzo all’ultimo board della Federal Reserve, in programma a metà dicembre, per cui la prossima stretta monetaria sarebbe slittata al 2017.

Invece, dopo che la reazione dei mercati è stata contenuta e, addirittura, positiva in America (Wall Street ha chiuso in lieve rialzo, ieri sera), il dollaro ha guadagnato l’1%, segno che gli investitori non si attenderebbero un rinvio della seconda manovra restrittiva americana in dieci anni e mezzo.

Salvo cattive sorprese sul fronte economico e finanziario da qui al mese prossimo, il governatore Janet Yellen dovrebbe, quindi, aumentare il costo del denaro di un altro quarto di punto percentuale, portandolo entro la fine dell’anno nel range dello 0,50-0,75%. (Leggi anche: Tassi Fed, gli USA rinviano la stretta a dicembre)

I precedenti di coabitazione

E’ proprio quanto auspicato dal nuovo presidente eletto, che s’insedierà alla Casa Bianca solo il prossimo 20 gennaio, data del giuramento. Eppure, tra la nuova amministrazione e il numero uno della Fed si annuncia un rapporto difficile. Intendiamoci, non è la prima volta che il colore politico del presidente diverge da quello del governatore centrale. L’ultimo esempio è quello di Ben Bernanke, il predecessore della Yellen, che pur di impronta repubblicana è stato confermato da Barack Obama per un secondo mandato e, anzi, quest’ultimo gli aveva anche chiesto di restare per un terzo. (Leggi anche: Presidenza Fed, perché nessuno vuole la poltrona di Bernanke?)

Un altro caso storicamente clamoroso risale agli anni Ottanta, quando la svolta monetarista perseguita dal presidente Ronald Reagan fu attuata non da un repubblicano, bensì dal democratico Paul Volcker. E che dire di Alan Greenspan, che restò in sella dal 1987 al 2006 e pur essendo di fede repubblicana fu confermato negli otto anni di amministrazione Clinton?

 

 

Yellen è accusata di essere politicizzata

Perché stavolta dovrebbe essere diverso? Perché la “ultra-colomba” Yellen è stata molto criticata dalla maggioranza repubblicana al Congresso in questi anni per la sua politica monetaria ultra-accomodante, che lo stesso Trump in campagna elettorale ha sostenuto essere perseguita dalla Fed “politicizzata” per dare una mano sull’economia all’amministrazione Obama, tenendo il costo di emissione del debito pubblico a livelli infimi.

Si era speculato, prima delle elezioni di martedì, che la Yellen si sarebbe dimessa, qualora avesse vinto Trump, trovandosi nella situazione imbarazzante di essere priva di sostegno politico, di cui ad oggi ha goduto alla Casa Bianca. (Leggi anche: Vittoria Trump e dimissioni Yellen?)

Al presidente Trump non conviene mandare a casa subito la Yellen

La vicenda è un po’ più complicata. Se si dimettesse, sarebbe come ufficializzare l’assenza di indipendenza della Fed rispetto al potere politico, cosa che la prima donna alla guida della banca centrale USA non pensa certamente di fare. Tuttavia, se le pressioni pubbliche di Trump per una politica monetaria più restrittiva s’intensificassero, qualsiasi azione della Fed sarebbe valutata sul piano politico. Se aumentasse i tassi, si potrebbe pensare che lo faccia per assecondare le richieste della presidenza, se non lo facesse, che la stia sfidando.

Cosa accadrà? E’ probabile, ma non scontato, che il “pragmatico” Trump raffreddi i suoi toni sulle richieste di tassi più alti, anche perché il contraccolpo sull’economia americana potrebbe esservi e il neo-presidente non ha alcuna convenienza ad esordire con un pil in calo o stagnante. D’altra parte, nel board dell’istituto ci sono due poltrone in scadenza, che Trump potrebbe sostituire con persone di fiducia, grazie alle nomine di un Senato dalla sua parte (la maggioranza è anche qui repubblicana). (Leggi anche: Economia USA, recessione dopo le elezioni?)

 

 

 

Ai democratici resta solo la Yellen

In questo modo, potrebbe influenzare ugualmente la politica monetaria della Fed, ma senza azioni scomode, perché se inducesse alle dimissioni la Yellen, i mercati speculerebbero sull’assenza di indipendenza dell’istituto e penalizzerebbero il mercato americano. Si tenga conto che alle ultime riunioni, nel board vi sono stati già 2-3 voti contrari alle decisioni generali assunte, per cui con un paio di voti in più contro la Yellen, l’istituto potrebbe svoltare.

(Leggi anche: Tassi USA ancora fermi, ma dentro la Fed cresce il dissenso)

Il mandato dell’attuale governatore scade solo all’inizio del 2018. Mancano per allora 14 mesi, non troppi per il presidente Trump. Avrebbe tutto il tempo di aspettare fino alla fine dell’anno prossimo per proporre un nome a lui vicino, negoziandolo con la sua stessa maggioranza. La vendetta contro la Yellen – che di fatto si è schierata a queste elezioni con la candidata democratica – sarebbe servita a freddo, non rinnovandole il mandato.

I democratici, al più tardi tra poco più di un anno, perderanno l’unico appiglio istituzionale di cui dispongono oggi, dopo essere rimasti minoranza al Congresso, usciti dalla Casa Bianca e avendo dalla loro parte solo 15 su 50 governatori degli States. Anche per questo, chiederanno probabilmente alla Yellen di restare in sella fino alla scadenza naturale del quadriennio. Almeno potranno contare su qualcuno per i prossimi mesi.

 

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