Tassi USA, perché il crollo dei prezzi delle commodities frena la stretta della Fed

Sui tassi USA non c'è ancora nulla di scontato. Ecco perché la Federal Reserve guarda con attenzione ai prezzi delle commodities.

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Sui tassi USA non c'è ancora nulla di scontato. Ecco perché la Federal Reserve guarda con attenzione ai prezzi delle commodities.

Tra 8 giorni inizia la 2 giorni del Fomc, il braccio operativo della Federal Reserve, l’appuntamento più importante degli ultimi anni per l’intero pianeta, dato che si attende che il governatore Janet Yellen possa alzare i tassi USA per la prima volta dal 2006, dopo 7 anni di accomodamento monetario, o almeno indicare in maniera meno approssimativa la scadenza entro quando tale stretta dovrebbe realizzarsi. Il recente crollo della Borsa di Shanghai, che dal 12 giugno ad oggi ha perso il 40%, ha ridotto le probabilità che gli USA avviino questo mese la stretta monetaria, ma l’attesa tra gli analisti resta altissima, mentre i trader stimano al 30% che l’evento si verifichi tra una settimana.

Prezzi commodities e il rischio deflazione

C’è un fattore che non gioca in favore del rialzo dei tassi Fed: il tracollo dei prezzi delle materie prime. Il fenomeno, a differenza del crollo di Shanghai, non si è realizzato all’improvviso o successivamente a un annuncio o evento, ma è frutto di un progressivo declino che va avanti da molti mesi. Su base annua, le quotazioni delle commodities sono diminuite di oltre il 28%, mentre su base mensile si registra un calo del 2,2%. Si tratta dei livelli più bassi degli ultimi 13 anni. In generale, i bassi prezzi delle materie prime rappresentano un fattore propulsivo per la crescita delle economie consumatrici, come USA ed Eurozona, perché determinano minori costi di produzione e, quindi, spingono l’offerta e la domanda contemporaneamente. E lo è anche in questo caso: la pur bassa crescita del pil nell’Eurozona, Italia inclusa, è dovuta essenzialmente alle infime quotazioni del petrolio e del resto delle commodities, oltre che alla svalutazione dell’euro e ai bassi tassi. Ma c’è un aspetto che impatta negativamente sui piani delle principali banche centrali. Il basso costo delle materie prime allontana il raggiungimento degli obiettivi sull’inflazione, perché riducono i costi di produzione e, quindi, anche i prezzi  finali dei beni e dei servizi. Addirittura, la fase calante potrebbe determinare uno scivolamento nella deflazione, uno spettro toccato con mano nei mesi scorsi da tutte le principali economie del pianeta.

Super-dollaro, il legame con le quotazioni delle materie prime

Per gli USA, ma non solo, a ciò si somma un altro effetto indesiderato: il rafforzamento del cambio. Poiché il calo dei prezzi delle commodities deteriora le bilance commerciali dei paesi produttori, per lo più emergenti, ciò indebolisce le loro valute e aumenta il valore del dollaro. E così, si ha che nel solo 2014, il rublo è crollato del 46% contro la divisa americana, che il real ha ceduto su base annua il 36%, che tutte le valute dell’America Latina siano in passivo. In realtà, il legame tra il biglietto verde e i prezzi delle materie prime è a doppio filo: la sola attesa del rialzo dei tassi USA induce gli investitori ad acquistare assets in dollari, rafforzando il biglietto verde e dando un colpo proprio alle quotazioni delle commodities, che essendo espresse nella divisa americana, diventano più costose per gli acquirenti fuori dagli USA, disincentivandone la domanda. Se la Fed alzasse i tassi, la settimana prossima, il rischio che l’America corre sarebbe duplice: 1) eccessivo rafforzamento del dollaro, già ai massimi dal 2003, con conseguente importazione di deflazione dall’estero; 2) rallentamento della crescita dell’economia americana, a causa di un possibile contraccolpo alle sue esportazioni. Si consideri anche che l’America è un paese produttore di petrolio, per cui se le quotazioni del greggio restassero basse o diminuissero ulteriormente, sarebbero a rischio decine di migliaia di posti di lavoro e centinaia di miliardi di investimenti nel settore energetico. Dunque, la Yellen dovrà  fare bene i conti, prima di imboccare l’una o l’altra strada.

Lo stesso fatto che il suo collega europeo Mario Draghi abbia promesso più sforzi da parte della BCE, la settimana scorsa, nel caso ve ne fosse bisogno (leggasi, di non raggiungimento del target d’inflazione), la dice lunga sull’effettivo pericolo scampato della deflazione presso le economie avanzate. D’altronde, nell’Eurozona le stime vengono tagliate e se tutti al di fuori degli USA proseguono con politiche monetarie espansive, la Fed difficilmente accetterà di fungere da agnello sacrificale.        

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