Tassi USA, la Cina allontana la stretta e il mercato crede al rinvio

Settimana decisiva per la Federal Reserve sui tassi USA, ma in pochi credono alla prima stretta monetaria dal 2006 a settembre.

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Settimana decisiva per la Federal Reserve sui tassi USA, ma in pochi credono alla prima stretta monetaria dal 2006 a settembre.

Inizia la settimana più attesa da diversi mesi per la Federal Reserve, che domani e dopodomani riunisce il suo comitato di politica monetaria (FOMC) per decidere se alzare o meno i tassi negli USA per la prima volta dal 2006. Dalla fine del 2008, i tassi sono stati tenuti dall’istituto nel range 0-0,25%. Stando alle previsioni della vigilia, il sentiment è tra gli investitori e gli analisti di un rinvio per l’ennesima volta della stretta monetaria, in considerazione delle tensioni finanziarie globali delle ultime settimane. La Borsa di Shanghai, che anche stamane ha chiuso in forte calo (-3,44%) e che in 3 mesi ha perso oltre il 40%, segnala le inquietudini del mercato per il rallentamento visibile della Cina, seconda economia mondiale. Ieri, Pechino ha pubblico una serie di dati macro, che hanno confermato le difficoltà del Dragone asiatico. Ad agosto, la produzione industriale è cresciuta su base annua del 6,1%, sotto le attese di un +6,5%. Nei primi 8 mesi del 2015, gli investimenti fissi (esclusi quelli delle famiglie rurali) sono aumentati del 10,9%, sotto il +11,2% atteso dagli analisti. Positivo è stato solo il dato sulle vendite al dettaglio, cresciute del 10,8% rispetto a un anno prima, al di sopra del +10,6% atteso, un segnale che al momento il crollo della borsa cinese non avrebbe impattato direttamente sulla fiducia dei consumatori.   APPROFONDISCI – https://www.investireoggi.it/economia/la-cina-mandera-in-recessione-leconomia-mondiale-lardita-previsione-di-citigroup/  

Economia Cina in rallentamento

Ma resta il fatto che il pil dovrebbe crescere quest’anno sotto il +7% stimato e perseguito dal governo. E per sostenere la crescita, le autorità monetarie stanno varando nuovi stimoli, tra cui il taglio dei requisiti di capitale imposti alle banche sui finanziamenti di opere infrastrutturali. Se da un lato, ciò potrebbe aggravare la bolla del credito già parzialmente scoppiata nei mesi scorsi, dall’altro dovrebbe aumentare il grado di liquidità interno nel breve termine, sostenendo il pil.

Ma una crescita più lenta  in Cina, non brillante nell’Eurozona e la possibile stagnazione ancora del Giappone potrebbero indurre la Fed a prendere tempo, al fine di verificare in che direzione starebbe andando l’economia mondiale e quale impatto ciò avrà sull’America. Il timore è che gli USA importino deflazione dal resto del mondo, dato che tutti stanno allentando le loro politiche monetarie e il dollaro si è già rafforzato ai massimi degli ultimi 12 anni contro un paniere delle principali valute.   APPROFONDISCI – https://www.investireoggi.it/economia/tassi-usa-perche-il-crollo-dei-prezzi-delle-commodities-frena-la-stretta-della-fed/  

Economia USA in buona salute

D’altro canto, però, la disoccupazione americana è scesa al 5,1%, ossia  nel range del 5-5,2%, considerato dallo stesso istituto compatibile con uno stato di piena occupazione. E l’inflazione, al netto delle componenti più volatili, è all’1,8% su base annua, vicinissima al target del 2% della Fed. Tant’è che il vice-governatore Stanley Fischer, noto per la sua prudenza, alla fine di agosto ha tenuto un discorso, in cui ha avvertito che i benefici derivanti dal prendersi troppo tempo per decidere potrebbero essere sovrastimati e che il rischio è che quando la Fed agirà, sarà già troppo tardi. Infatti, il banchiere centrale ha invitato a comprendere che tra il momento dell’azione e quello in cui si avvertono i primi effetti trascorre un certo periodo di tempo, per cui il rinvio della stretta potrebbe non essere opportuno.   APPROFONDISCI – https://www.investireoggi.it/economia/la-fed-indecisa-sui-tassi-usa-il-rialzo-a-settembre-sembra-meno-scontato/   Sul punto, il board è spaccato tra “falchi” e “colombe”,  ma pare che le seconde stiano prevalendo, per cui dopodomani non dovrebbe essere annunciato alcun rialzo dei tassi. Di certo, il mercato ci crede poco, se è vero che i traders stimano al 30% le probabilità di una stretta in settimana e al 60% entro l’anno. E stamane, il dollaro si è portato contro l’euro ai minimi da 2 settimane a un cambio di 1,135. Al contempo, esso è tornato ai livelli dell’1 settembre scorso contro le  principali 16 valute mondiali monitorate dal Wall Street Journal. Ciò segnala che gli investitori starebbero abbassando le attese per un avvio imminente della stretta. Ricordiamoci che la Federal Reserve si è impegnata ad alzare i tassi entro l’anno, anche se la sua è una politica “data dependent”, ossia che riflette di dati dell’economia americana. Tuttavia, se saltasse il  board di questa settimana,  l’altro appuntamento più immediato per alzare i tassi sarebbe quello di fine ottobre, che qualcuno considererebbe un po’ presto per valutare l’effetto di quanto sta accadendo in queste settimane. Forse, a quel punto non basterebbe nemmeno il board di metà dicembre, l’ultimo dell’anno, per capire in che direzione andare. In sostanza, la Fed rinvierebbe la stretta al 2016, rimangiandosi la  parola data. Certo, è verosimile che se mercoledì non fosse annunciata alcuna stretta, il mercato reagirebbe con un rialzo dei corsi azionari dentro e fuori l’America e un indebolimento del dollaro, fattori che migliorerebbero le prospettive globali e che potrebbero spingere la Fed ad alzare i tassi già a fine ottobre. Ma parrebbe come se fosse l’istituto a seguire i mercati e non viceversa, contrariamente a quant’è accaduto fin quasi ai giorni nostri.   APPROFONDISCI – https://www.

investireoggi.it/economia/tassi-usa-ecco-perche-la-fed-potrebbe-alzarli-a-settembre/      

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