Tassi USA fermi per ora, ma Keynes è stato appena riesumato dalla Fed di Yellen

Tassi USA fermi, ma entro dicembre arriva un nuovo rialzo. La Fed segnala l'intenzione di proseguire nella stretta, cogliendo di sorpresa mercati e analisti.

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Tassi USA fermi, ma entro dicembre arriva un nuovo rialzo. La Fed segnala l'intenzione di proseguire nella stretta, cogliendo di sorpresa mercati e analisti.

Nessun rialzo dei tassi negli USA al termine della due giorni del FOMC della Federal Reserve, come da attese. Il governatore Janet Yellen li ha lasciati invariati nel range 1-1,25%, ma in conferenza stampa ha annunciato che verranno aumentati di un quarto di punto entro la fine dell’anno, mostrandosi fiduciosa che i recenti ripiegamenti dell’inflazione siano solo temporanei, pur ammettendo che lo stesso board non avrebbe ben chiare quali ne siano le cause. In ogni caso, l’economia americana starebbe continuando a migliorare e la stessa occupazione lo segnala, ragioni sufficienti per un proseguimento della stretta monetaria. Anzi, dal mese prossimo sarà anche avviata la riduzione del bilancio dell’istituto, salito a 4.200 miliardi di dollari, a seguito degli acquisti di Treasuries e bond coperti dalla garanzia immobiliare con i tre cicli di “quantitative easing”. (Leggi anche: Quantitative easing e tassi USA: quel difficile equilibrio tra inflazione e cambio)

Gli assets in pancia alla Fed verranno smaltiti al ritmo di 10 miliardi al mese, incrementato di 10 miliardi ogni trimestre e fino a un massimo di 50 miliardi. Se questo smaltimento graduale fosse confermato, da qui alla fine dell’anno prossimo il bilancio dell’istituto verrebbe ridotto di 450 miliardi, scendendo a circa 3.750 miliardi. Goldman Sachs, tuttavia, si aspetta una discesa lenta, tanto da prevedere un portafoglio ancora di 3.000 miliardi nel 2021, pari al 13,4% del pil USA per allora, pur in forte calo dal 24% attuale.

Mercati si riposizionano

Per l’anno prossimo, poi, dovrebbero esservi anche tre nuovi rialzi dei tassi, che salirebbero così al 2-2,25%, circa mezzo punto al di sotto del livello di equilibrio per l’economia americana, stimato in un livello dei tassi al 2,50%, inferiore al 3% delle precedenti stime della stessa Fed.

Gli analisti sono stati colti di sorpresa dalle dichiarazioni “hawkish” della Yellen, perché l’inflazione negli USA tende a rimanere al di sotto del target del 2%, anche se in risalita negli ultimi due mesi. Gli stessi mercati si sono riposizionati sulle sue dichiarazioni, con i rendimenti dei Treasuries a 10 anni saliti fino a un massimo del 2,29%, il livello più alto da un mese e mezzo, chiudendo la seduta al 2,265%. Lo stesso dollaro si è rafforzato mediamente dell’1% contro le altre valute, raggiungendo i massimi da una settimana, con il cambio euro-dollaro a ripiegare sotto 1,19. (Leggi anche: Bassi tassi reggono il mercato USA)

La lezione di Keynes per la Yellen

Come si spiega che la “colomba” Yellen si mostri un po’ più “falco”, quando vi sarebbero ragioni per dubitare sulla capacità della Fed di centrare il target d’inflazione? La risposta sta in un preciso manuale di economia, il cui autore si chiama John Maynard Keynes. L’economista del secolo scorso a cui il governatore si rifà culturalmente spiegava che l’inflazione tende a materializzarsi, quando il mercato del lavoro inizia ad essere in piena occupazione. Prima non sarebbe possibile, trovandosi l’economia in uno stato di carenza di domanda, dopo sì, per effetto anche della crescita dei salari.

E il tasso di disoccupazione negli USA è sceso a poco sopra il 4%, una percentuale compatibile con lo stato di piena occupazione, secondo i canoni utilizzati dalla Fed stessa. Ciò significa che nelle speranze della Yellen, nei prossimi mesi dovrebbe registrarsi un’accelerazione nella crescita dei prezzi, conseguenza di salari più alti e di una domanda più robusta. Una cosa Keynes non aveva forse potuto immaginare e spiegare quasi un secolo fa: la globalizzazione tende a ridurre le spinte inflazionistiche pure in presenza della piena occupazione in un’economia, per quanto grande come quella americana. I salari subiscono la concorrenza dei lavoratori nel resto del mondo e lo stesso vale per le imprese.

L’inflazione non è più il segnale dello stato di salute positivo di un’economia (se mai lo sia stato), né la deflazione segnalerebbe in sé uno stato di crisi. E forse, sotto sotto la Yellen lo sa. (Leggi anche: Bassa inflazione incubo delle banche centrali)

 

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