Ecco come la Fed metterebbe il freno alla stretta sui tassi negli USA

La Federal Reserve pubblica oggi i verbali sull'ultima riunione a guida Janet Yellen. I tassi americani sembrano destinati a salire più delle 3 volte sinora attese, ma il neo-governatore Jerome Powell sarà davvero più "falco"?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La Federal Reserve pubblica oggi i verbali sull'ultima riunione a guida Janet Yellen. I tassi americani sembrano destinati a salire più delle 3 volte sinora attese, ma il neo-governatore Jerome Powell sarà davvero più

Dollaro in ripresa nell’ultima settimana e rendimenti dei Treasuries in leggero ripiegamento rispetto all’oltre 2,90% a cui si erano portati sulla scadenza decennali alla metà del mese, in attesa che stasera (orario italiano) vengano pubblicati i verbali della Federal Reserve sull’ultimo board di fine gennaio, quello dell’addio del governatore Janet Yellen all’istituto. Dall’inizio di febbraio, infatti, al suo posto si è insediato Jerome Powell. Le minute potrebbero scuotere il mercato americano (e non solo) in un senso o nell’altro. Se ancora al board di dicembre, la Fed mostrava un atteggiamento “dovish”, intravedendo rischi al ribasso per l’inflazione “core”, quella che meglio segnala l’andamento di fondo dei prezzi al consumo e che continua a restare sotto il target del 2%, tali timori saranno stati rinnovati poche settimane fa o avranno lasciato il posto, come diversi analisti credono, alla previsione di un’inflazione sostanzialmente ormai avviata a centrare il target stabilmente o, addirittura, a superarlo nei prossimi mesi?

Va detto che quello di gennaio, essendo stato l’ultimo board dell’era Yellen, è probabile che non si sia espresso in maniera così decisa da segnalare una discontinuità nei toni rispetto alle riunioni precedenti, se non altro perché spetterebbe al successore Powell adottare un eventuale cambio di rotta nella politica monetaria sinora condotta dall’istituto. Stando al mercato, i tassi USA saliranno quest’anno 4 volte e di 25 punti base ciascuna fino al 2,5%. Così segnala il tool utilizzato da CME Group, la più grande realtà dei contratti future. Fino a qualche settimana da, i tassi erano attesi in crescita di 75 punti base nel 2018, ovvero si prevedevano solo 3 rialzi. Com’è noto, però, dopo il picco toccato a gennaio, Wall Street ha ripiegato e il dollaro è sceso quasi costantemente tra la metà di novembre e la settimana scorsa, segnalando da un lato l’attesa di tassi più alti, dall’altro una fuga dei capitali dagli USA. Questo spiegherebbe come mai con rendimenti americani in ascesa, il dollaro si sia deprezzato e non apprezzato.

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Cosa farà davvero la Fed?

Ma aldilà dei verbali di oggi, siamo sicuri che la Fed di Powell punti ad alzare i tassi più di 3 volte per quest’anno, con Bloomberg a ipotizzare persino 5 aumenti? L’istituto potrebbe prendere tempo, adducendo come ragione di una prosecuzione della stretta monetaria al rallentatore il trend dell’inflazione “core”. Questa si attestava al 2,3% agli inizi del 2017, mentre il mese scorso risultava salita rispetto a dicembre, ma pur sempre all’1,8%, ovvero sotto il target. Il neo-governatore, dopo avere quasi certamente alzato i tassi al suo debutto con il board di marzo, potrebbe spiegare che l’inflazione non sarebbe così robusta da richiedere un’accelerazione della stretta in corso.

Così come dentro la BCE, anche nella Fed potrebbe discutersi del raggiungimento del target d’inflazione in una dimensione pluriennale. Se è vero che la crescita tendenziale dei prezzi negli USA non si stabilizza intorno al 2% sin dal 2012, allora significa che essa ha mancato l’obiettivo per quasi 6 lunghi anni. Ora che inizia a centrarlo, non sarebbe opportuno che lo superasse per un po’ di tempo e in misura contenuta per compensare la debole performance passata? In pratica, Powell potrebbe far intendere al mercato che accetterebbe per diversi mesi un’inflazione anche al 2,5%, rischiando altrimenti di raffreddare le aspettative troppo presto, come farebbe temere il dato “core” così a lungo sottotono.

E a proposito di aspettative, monitorando il differenziale di rendimento tra i Treasuries a cedola fissa e quella con cedola legata all’inflazione sulla scadenza quinquennale, si ottiene che oggi il mercato stimi prezzi in crescita nel medio periodo del 2% negli USA, ovvero in linea con l’obiettivo. L’ultima volta che le aspettative sono state così alte fu nel giugno del 2014 e prima ancora avevano superato il 2% tra la fine del 2012 e la primavera del 2013 e stabilmente nei primi mesi del 2011. Tuttavia, tali previsioni non furono seguite da una duratura risalita dell’inflazione, anzi proprio alla metà del 2014 iniziava l’ultima fase decrescente, durata fino al tardo 2015. Insomma, la Fed potrebbe sorprendere in direzione accomodante, deprimendo i rendimenti americani e rinvigorendo Wall Street per ancora un po’ e con essa il dollaro, in quello che sembra un paradosso che proseguirebbe nei prossimi mesi al contrario.

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Argomenti: Economia USA, Fed, super-dollaro, tassi USA