Tassi negativi inefficaci: nell’Eurozona cresciuti i risparmi, non i prestiti

I tassi negativi della BCE sarebbero stati un palese fallimento e potrebbero anche essere i primi stimoli ad essere ritirati, visti i benefici sostanzialmente nulli apportati all'economia dell'Eurozona.

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I tassi negativi della BCE sarebbero stati un palese fallimento e potrebbero anche essere i primi stimoli ad essere ritirati, visti i benefici sostanzialmente nulli apportati all'economia dell'Eurozona.

Il “quantitative easing” compie due anni questa settimana, perché gli acquisti di titoli di stato, Abs e di covered bond della BCE sui mercato iniziarono esattamente dal 9 marzo del 2015, ai quali sono stati aggiunti l’anno scorso anche i corporate bond. Ma gli stimoli voluti dal governatore Mario Draghi risalgono al giugno del 2014, quando l’istituto introdusse per la prima volta i tassi negativi sui depositi overnight delle banche dell’Eurozona presso i suoi sportelli, attualmente al -0,4%.

La misura non convenzionale era stata adottata per la prima volta dalla Danimarca nel 2013 per contrastare gli eccessivi afflussi di capitali nel paese e provenienti dall’Eurozona, in piena crisi della moneta unica. L’intento della BCE era e tutt’ora è quello di disincentivare le banche dell’area a parcheggiare denaro presso di essa, spingendole a prestarlo a imprese e famiglie, sostenendo così la ripresa economica e i prezzi. (Leggi anche: Tassi negativi, risparmiatori colpiti senza benefici per le imprese)

Tassi negativi inefficaci, lo spiegano i dati BCE

A quasi tre anni dall’avvio di tale esperimento, i dati appaiono alquanto sconfortanti per Draghi. Contrariamente alle attese, infatti, dal giugno 2014 alla fine del gennaio scorso, i depositi delle banche presso la BCE sono aumentati di ben 1.100 miliardi di euro, così come sono cresciuti di 802 miliardi i risparmi depositati in banca da parte di famiglie e imprese (+7,3%). A fronte di tali cifre, i prestiti bancari a famiglie e imprese sono cresciuti di appena l’1,6%, ovvero di 169 miliardi.

E’ pur vero che nel biennio 2012-2013, prima dell’introduzione dei tassi negativi, i prestiti all’economia reale erano diminuiti nell’area del 5,2%, per cui Draghi potrebbe sempre eccepire di essere almeno stato in grado di invertire la tendenza, ma nel loro complesso i numeri appaiono evidentemente deludenti. Dal giugno 2014, infatti, i prestiti interbancari sono crollati nell’area di oltre 400 miliardi e di oltre 600 miliardi gli acquisti di bond da parte delle banche (ma il fenomeno non ha riguardato l’Italia). (Leggi anche: Tassi negativi inefficaci, ecco perché arriverà il deficit spending)

Ridotti i margini bancari, benefici scarsi

Il calo dei prestiti interbancari ha penalizzato essenzialmente gli istituti di credito del Sud Europa, come ci spiegano palesemente alcuni dati: le sole banche francesi e tedesche hanno tagliato le loro esposizioni verso quelle spagnole, italiane, irlandesi e portoghesi di circa 150 miliardi, segno di una mancanza di fiducia verso le economie deboli, che ha continuato a crescere anche in piena era dei tassi negativi.

La policy della BCE è costata 3,6 miliardi di euro alle banche dell’Eurozona nel 2016; a tanto ammontano gli interessi che hanno dovuto versare a Francoforte per avere parcheggiato liquidità presso i suoi sportelli. In pratica, i tassi negativi si sarebbero tradotti solamente in un calo dei margini bancari, ovvero di redditività delle banche, senza avere immesso un solo centesimo in circolazione.

I tassi negativi potrebbero essere i primi stimoli a sparire con l’avvio della normalizzazione monetaria, che porterà solo tra molto tempo (fine 2018-inizio 2019?) a un rialzo dei tassi di riferimento, dopo che saranno tagliati gradualmente gli acquisti di assets con il QE. Le banche ci sperano quanto prima e dati i risultati magri, alla BCE potranno tirare le somme e convincersi che i costi potrebbero avere superato gli scarni benefici. (Leggi anche: Crisi banche, tassi negativi non più sostenibili)

 

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