Tassi d’interesse troppo bassi, così l’America minaccia l’economia mondiale

La Federal Reserve sta rinviando il più possibile il rialzo dei tassi d'interesse negli USA, ma così rischia di provocare una recessione

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Tassi d'interesse troppo bassi negli USA

Il simposio virtuale di Jackson Hole si è concluso senza grossi scossoni. Il governatore della Federal Reserve, Jerome Powell, ha spiegato che entro la fine dell’anno potrebbe avviare la riduzione degli acquisti di bond, attualmente a 120 miliardi di dollari mensili. Ma ha anche rassicurato che non alzerà presto i tassi d’interesse.

Gli USA hanno un’inflazione al 5,4% a luglio, il tasso più alto dal 2008. Hanno già più che recuperato le perdite accusate con la pandemia, anticipando le altre economie avanzate di almeno un anno. Restano con una disoccupazione più alta dei livelli pre-Covid, al 5,4%, circa due punti in più. E per raggiungere i livelli del febbraio 2020, mancano all’appello 6 milioni di occupati. Tuttavia, gli economisti stimano la disoccupazione a fine 2022 al 3,5%, sostanzialmente come prima del Covid.

Tassi d’interesse azzerati, mai così bassi

C’è un dato eccezionalmente anomalo in tutta questa sfilza di numeri, ossia proprio i tassi d’interesse. Giacciono tra 0 e 0,25%, ma secondo la formula di Taylor, ben nota ai banchieri centrali, dovrebbero attestarsi sopra il 7%. Mai nella storia americana degli ultimi 40 anni vi sarebbe stata una distanza così siderale tra politica monetaria reale e quella che si considererebbe ottimale.

Powell continua a definire “transitoria” l’inflazione così alta negli USA. I mercati per il momento gli credono, se è vero che si accontentino di rendimenti sovrani e corporate bassissimi, negativi in termini reali. Pensate che le obbligazioni “spazzatura” offrono la media del 4%, quasi un punto e mezzo sotto l’inflazione. Ma cosa accadrebbe se la FED avesse sbagliato a fare i suoi conti? A giugno, le posizioni lavorative vacanti negli USA superavano le 10 milioni di unità, mai così elevate.

In tutto il mondo, i “lockdown” stanno provocando interruzioni nella produzione di beni, a causa della frammentazione di catene di valore lunghe per numerose multinazionali.

Quest’ultimo fenomeno dovrebbe rientrare con la fine della pandemia, a meno che le tensioni geopolitiche e commerciale rinvigoritesi con il caso Afghanistan non rafforzino la convinzione delle imprese di accelerare i piani di relocalizzazione produttiva. In questo scenario, l’inflazione salirebbe strutturalmente per l’aumento dei costi di produzione, lavoro per primo. Potrebbe la FED calciare il barattolo con un’inflazione che dovesse stabilizzarsi ben oltre il target del 2%, magari più che doppiandolo?

Il rischio di una nuova recessione mondiale

La tolleranza dell’inflazione da parte delle banche centrali dipende più che altro dalla tolleranza che i cittadini mostrano verso la stessa. E bisogna considerare che ormai da 40 anni a questa parte, più o meno tutto l’Occidente ha iniziato a convivere con tassi di crescita dei prezzi al consumo sempre più bassi, persino azzerati di recente in Europa e dagli anni Novanta in Giappone. Praticamente, almeno due generazioni non sono più abituate all’alta inflazione. Ciò implica la seria prospettiva del varo di una stretta monetaria precipitosa e tardiva, a partire dagli USA.

E cosa succede ogni qualvolta le banche centrali si affrettano ad alzare i tassi d’interesse per recuperare il tempo perduto nell’averli mantenuti bassi? L’economia finisce in recessione. Sarebbe un’eredità paradossale del Covid. Anziché tornare a crescere, il PIL mondiale tornerebbe in calo fintantoché l’inflazione non fosse domata. Accadde a inizio anni Ottanta con una recessione controllata negli USA e nel Regno Unito, si ripeté negli anni Duemila con lo sbocco imprevisto di una crisi finanziaria mondiale dopo una fase di tassi d’interesse troppo bassi, pur meno di oggi.

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