Tassi Fed, una parola in meno vale tutto: ecco come negli USA ieri è cambiato lo scenario

L'economia americana va forte e la Fed continua ad alzare i tassi, rimuovendo dal suo comunicato ufficiale una parola importante dopo un decennio. Che cosa significa?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'economia americana va forte e la Fed continua ad alzare i tassi, rimuovendo dal suo comunicato ufficiale una parola importante dopo un decennio. Che cosa significa?

La Federal Reserve ha alzato ieri i tassi dello 0,25%, portandoli al nuovo range del 2-2,25%. Si è trattato della terza stretta monetaria di quest’anno, l’ottava da quando è iniziata nel dicembre del 2015. Per la prima volta dalla crisi, i tassi americani fissati dalla banca centrale rientrano così nel range storico del 2-5%, dal quale erano usciti con l’azzeramento avvenuto un decennio fa per contrastare gli effetti della recessione economica. Nel comunicato, l’istituto ha rimosso dopo 10 anni la parola “accomodante” per definire il grado di politica monetaria attuata. Il senso di tale eliminazione, in sé attesa dal mercato, sarebbe duplice. Da un lato, sarebbe il segnale che l’economia americana starebbe camminando finalmente sulle proprie gambe e non necessiterebbe più di sostegno da parte della Fed. In effetti, l’inflazione in agosto si è attestata al 2,3%, secondo l’indicatore preferibilmente monitorato dai funzionari dell’istituto (Personal Consumption Expenditure Index) e anche al netto delle componenti volatili energetica e alimentare, è stata del 2%, perfettamente in linea con il target. Il tasso di disoccupazione è al 3,9%, il più basso dal 2000, i salari orari sono aumentati del 2,9% annuo, mai così tanto dal 2009, mentre la crescita del pil nel secondo trimestre ha accelerato al 4,2% su base annua.

Alzare i tassi contro l’inflazione o rischiare la recessione? Fed divisa

Possibile, però, che il mancato riferimento alla natura accomodante della politica monetaria americana oggi sarebbe il segnale che la Fed si stia avvicinando al raggiungimento di quel tasso di interesse “naturale”, che gli stessi suoi funzionari stimano in area 3%. Di questo passo, pur con “ulteriori rialzi graduali”, i tassi si porteranno a questa percentuale entro un anno da ora, considerando che sia il mercato che le previsioni contenute nei “dot plots” della Fed scontano un quarto rialzo a dicembre e almeno un paio nel 2019. Tuttavia, sempre dai funzionari si arriva a stimare i tassi al 2020 al 3,5%, segnalando altre due strette tra due anni e portando verosimilmente gli interessi a un livello di poco superiore a quello naturale, cioè rendendo la politica monetaria negli USA leggermente restrittiva.

Il presidente Donald Trump si è detto “non felice” dell’annuncio di ieri del governatore Jerome Powell, sostenendo che meglio sarebbe usare diversamente i soldi, ossia investirli per crescere. Ad ogni modo, ha voluto sottolineare come anche l’ultima stretta sia conseguenza del fatto che l’economia americana starebbe andando molto bene, cosa che nessuno tra gli analisti nega. E proprio perché i tassi lievitano per le condizioni prospere dell’economia a stelle e strisce, Wall Street ha reagito bene al loro rialzo, peraltro scontato da settimane.

Tassi, inflazione e crescita

Per il resto, nulla di nuovo sotto il sole: i tassi continueranno ad aumentare per il semplice fatto che ci sarebbe bisogno di munizioni sufficienti da utilizzare nel caso arrivasse una nuova crisi. Quando esplose quella del 2008, la Fed ebbe modo di reagire tagliandoli di 500 punti base in pochi mesi, mentre oggi avrebbe a disposizione un raggio d’intervento di meno della metà, tranne che non volesse avventurarsi in territorio negativo. Arrivare, dunque, in area 3% sarebbe essenziale per dotarsi di strumenti adeguati per stimolare l’economia americana all’occorrenza. Il dilemma semmai è un altro: alzare i tassi e rischiare di anticipare l’arrivo della crisi o prendersi una pausa e rischiare di trovarsi scoperti nel caso le cose andassero storte?

Perché se l’America di Trump entrasse in crisi a saltare sarebbe la BCE di Draghi

La storia economica moderna ci insegna che non sembra molto sostenibile a lungo una crescita del 4% con un’inflazione al 2%. A un certo punto, o scende l’una o sale l’altra. Per mandato, la Fed deve perseguire la stabilità dei prezzi, compatibilmente con la piena occupazione. Il primo obiettivo consiste nel tenere l’inflazione ancorata al 2%, il secondo in un tasso di disoccupazione non superiore al 4,5%. Oggi come oggi, tenendo presente che risulterebbero disponibili più posti di lavoro offerti che non cercati, Powell potrebbe permettersi di forzare la mano, alzando ancora i tassi, pure se questo si tradurrebbe in un rallentamento dei consumi e degli investimenti, cosa che a sua volta porterebbe a un mercato del lavoro meno dinamico.

Non è chiaramente ciò che vuole Trump, che punta al secondo mandato nel 2020 con una disoccupazione quanto più bassa possibile per accreditarsi come il presidente dei lavoratori americani. Questa narrazione s’infrangerebbe nel caso in cui tassi alti portassero a un rallentamento dell’economia a tal punto da trasformarsi in recessione. Meglio che questa arrivi dopo il 2020, ad elezioni avvenute, anche se sono già trascorsi 9 anni e mezzo dalla fine dell’ultima crisi e già questo in sé è un record. Per questo Trump sbraita da un lato contro Powell, dall’altro contro l’OPEC, arrivando a minacciare l’Arabia Saudita di non difenderne più la sicurezza se si ostinerà insieme alla Russia a tenere alti i prezzi del petrolio con l’accordo sul taglio della produzione. Oggi come oggi, solo un ripiegamento delle quotazioni petrolifere avrebbe effetti depressivi sull’inflazione americana e questo sarebbe un argomento forte per dissuadere la Fed dall’alzare ancora i tassi.

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Argomenti: Economia USA, Fed, Presidenza Trump, tassi USA