Tassi USA, Fed a un bivio con Trump tra conservazione e rivoluzione

Il prossimo governatore della Fed sarà nominato a giorni dal presidente Trump. Due soli sarebbero realmente rimasti in corsa e la scelta non sarà indifferente.

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Il prossimo governatore della Fed sarà nominato a giorni dal presidente Trump. Due soli sarebbero realmente rimasti in corsa e la scelta non sarà indifferente.

Pochissimi giorni, se non forse ore, e scopriremo finalmente chi sarà il prossimo governatore (“chairman”) della Federal Reserve dal mese di febbraio, quando scadrà il mandato di Janet Yellen. Pur non essendo del tutto escluso che a quest’ultima ne venga affidato un secondo, ad oggi sembra molto probabile che la prima donna a guidare la banca centrale americana sia destinata ad essere pure la prima a non avere ottenuto il bis dalla Seconda Guerra Mondiale. Il presidente Donald Trump sta sondando il terreno tra i senatori repubblicani, ai quali ha chiesto esplicitamente, a porte chiuse, di scegliere il loro uomo preferito, come se fosse ancora ai tempi di “The Apprentice”, il popolare talent-show che egli ha prodotto e condotto con successo in prima persona per anni. Della cinquina teoricamente in corsa, due i nomi realmente papabili: Jerome Powell e John Taylor. (Leggi anche: Governatore Fed, ecco i 5 candidati in corsa)

Il primo è caldeggiato dal segretario al Tesoro, Steve Mnuchin, mentre il secondo avrebbe il convinto sostegno del vice-presidente Mike Pence. Si tratta di due esponenti repubblicani, ma dal profilo molto differente. Il primo è attuale banchiere del board della Fed dal 2014, eletto per un mandato di ben 14 anni. Non ha mai votato in dissenso rispetto alla maggioranza, appoggiando sostanzialmente la politica monetaria espansiva della Yellen, quella impostata sui bassi tassi, pur a fronte di un tasso di disoccupazione poco sopra il 4%, ma giustificati dall’istituto per la persistente inflazione inferiore al target del 2%.

Powell e Taylor, le differenze

Powell incassa le critiche di quella parte dei repubblicani più conservatori, che gli rimproverano di avere ad oggi mostrato scarsa resistenza dinnanzi a una gestione della Fed improntata su politiche interventiste, con un bilancio dell’istituto quintuplicatosi dal 2008 agli attuali 4.200 miliardi di dollari.

Se alla Yellen fosse impedito un secondo mandato per la distonia tra la sua visione monetaria e quella della destra americana, allora non si capirebbe come ad approfittarne sarebbe Powell, che ha appoggiato in toto le scelte del governatore attuale. Tuttavia, l’asso nella manica del banchiere si chiama Wall Street. La finanza a stelle e strisce lo vorrebbe a capo della Fed, convinta che sarebbe un ottimo punto di mediazione tra le istanze repubblicane e le esigenze dell’economia (anzi, della finanza) americana, spaventata di una possibile alternativa monetaria più restrittiva, che porrebbe fine a quasi un decennio di costo del denaro praticamente azzerato. D’altra parte, Powell sarebbe favorevole alla deregulation finanziaria perseguita dall’amministrazione Trump.

Di tutt’altro avviso Taylor, che è l’uomo della cosiddetta “Taylor rule”, quella che da quasi un quarto di secolo propone tassi legati ai livelli di inflazione rispetto al target e all’output rispetto al suo potenziale. In buona sostanza, Taylor sostiene che i tassi dovrebbero essere alzati nel caso in cui l’inflazione stesse sopra il target e/o l’output sopra il suo potenziale, abbassati nel caso opposto. Sulla base della sua teoria, oggi dovrebbero attestarsi tra un minimo del 2,5% e un massimo del 3,7%. Per quanto egli stesso abbia ammesso che la sua regola non debba essere considerata in maniera del tutto automatica, è evidente che ci troviamo dinnanzi a una impostazione differente sia rispetto a quella di Powell, sia a tutti i i predecessori alla guida della Fed. Da economista – è professore alla Stanford University – Taylor porterebbe alla banca centrale USA una disciplina irrituale, ovvero legherebbe le decisioni sulla politica monetaria a regole non discrezionali, cosa che i repubblicani perseguono da anni, senza mai riuscirvi. (Leggi anche: Super Trump si prende pure la Fed, mai presidente USA così potente)

Destra divisa tra cuore e ragione

Il Trump della campagna elettorale avrebbe nominato Taylor senza pensarci un secondo, mentre quello alla Casa Bianca, pur essendo affascinato dalla semplicità dei suoi ragionamenti, si mostra titubante.

In primis, perché non vorrebbe spaventare i finanzieri, secondariamente perché teme che la Taylor rule, se applicata realmente, porterebbe a un rafforzamento del dollaro insostenibile per l’economia americana, o meglio, incompatibile con la sua volontà di rendere l’America “great again”, puntando sulle esportazioni. D’altra parte, Taylor è più favorevole di Powell alla deregulation e non crede nemmeno al doppio mandato, ovvero all’obbligo legale per la Fed non solo di centrare l’obiettivo della stabilità dei prezzi, ma anche quello della piena occupazione.

La nomina dell’uno o dell’altro non sarà ininfluente per la politica monetaria americana, così come per la fisionomia della maggioranza repubblicana che ne emergerebbe. D’altra parte, solo con la presidenza Reagan fu perseguita negli ultimi decenni un’impostazione fondata su tassi più alti, ma allora vi era la necessità di combattere un’inflazione salita a due cifre e le ragioni ideologiche si fusero bene con le esigenze pratiche. Non è stato così con l’amministrazione Bush jr, sotto la quale i tassi USA vennero tenuti a livelli bassissimi, risalendo solo dal 2004 e favorendo la creazione di quella bolla del credito, che esplose tra il 2007 e il 2008, scatenando una crisi finanziaria dalla portata mondiale e di cui paghiamo ancora oggi le conseguenze.

Trump vuole un dollaro debole per sostenere l’economia americana e dalla sua ha persino Ronald Reagan, che dopo avere battuto l’inflazione alzando i tassi, si trovò costretto a concordare con i partner commerciali più importanti (Germania, Giappone, Regno Unito, Francia) una svalutazione controllata dal 1985, che prese il nome di Accordo di Plaza, dall’albergo in cui si svolse l’incontro tra i rispettivi rappresentanti. Per la cronaca, il Plaza Hotel fu acquistato successivamente proprio da Trump. Che sia un indizio delle più alte quotazioni di Powell? (Leggi anche: Svalutazione dollaro concordato come con Accordo Plaza?)

 

 

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