Quantitative easing e tassi BCE, la stretta si allontana e l’euro cede

Inflazione in deciso calo in Germania e Spagna, in attesa del dato odierno su tutta l'Eurozona. E Draghi può tirare un sospiro di sollievo: stimoli monetari e tassi BCE restano salvi, per adesso.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Inflazione in deciso calo in Germania e Spagna, in attesa del dato odierno su tutta l'Eurozona. E Draghi può tirare un sospiro di sollievo: stimoli monetari e tassi BCE restano salvi, per adesso.

L’inflazione in Germania a marzo è scesa dal 2,2% all’1,7% tendenziale, mentre in Spagna è passata dal 3% al 2,1%. Sono le stime preliminari dei rispettivi istituti di statistica, in attesa dei dati dell’intera Eurozona di questa mattina, che segnalano un raffreddamento della corsa dei prezzi, dopo che a febbraio erano aumentati nell’area del 2%, ai massimi da quattro anni e poco al di sopra del target della BCE, che è pari a un aumento annuale “vicino, ma inferiore al 2%”. Immediato l’indebolimento del cambio euro-dollaro dello 0,4% a 1.07251. Gli analisti si aspettavano già un ripiegamento del tasso d’inflazione nell’Eurozona all’1,8% per questo mese, ma dopo i dati tedeschi e spagnoli, adesso ipotizzano una discesa più marcata.

Per il governatore Mario Draghi, quella di queste ore sarebbe paradossalmente una buona notizia. Dopo avere perseguito per anni il surriscaldamento dei prezzi, la velocità con la quale questi erano cresciuti negli ultimi mesi aveva provocato qualche preoccupazione nell’istituto, perché rischiava di costringere a una stretta monetaria più vicina e rapida delle previsioni. (Leggi anche: Quantitative easing, Draghi prova ad allontanare la svolta)

Tassi BCE e QE fermi al board di aprile

Nei giorni scorsi, il governatore austriaco Ewald Nowotny era intervenuto sul dibattito intorno al “tapering”, chiarendo che non necessariamente la BCE dovrà seguire la tempistica della Federal Reserve, potendo alzare i tassi prima di porre fine agli acquisti degli assets con il “quantitative easing”. E aveva aggiunto, che altrettanto non necessariamente i tassi potrebbero essere aumentati tutti in una volta, intravedendosi una preferenza a partire con quelli sui depositi overnight, oggi negativi per lo 0,4%.

Eppure, l’agenzia di rating Standard & Poor’s intravede un taglio del QE a 40 miliardi al mese dalla seconda metà di quest’anno. La previsione appare azzardata, considerando che solamente nel dicembre scorso, Francoforte si sia impegnata a prorogare il programma di acquisti di nove mesi a tutto il 2017, riducendo gli acquisti mensili a 60 miliardi da aprile. Alla luce del quasi certo rallentamento dell’inflazione a marzo, nessuna novità dovrebbe essere discussa e annunciata al prossimo board del 27 aprile, che cade esattamente nel bel mezzo tra il primo turno e il ballottaggio delle elezioni presidenziali francesi. (Leggi anche: Quantitative easing, Draghi sotto pressione tedesca: tapering o scalone?)

Politica monetaria in stand-by per un po’

Il clima in quei giorni potrebbe essere infuocato di suo sui mercati finanziari e Draghi non si avventurerebbe nell’aggiungere nuove tensioni contrariando gli investitori. Adesso, semmai può stare più tranquillo, potendo confidare in un’inflazione tornata intorno o leggermente inferiore al target, avendo così maggiore e più lunga capacità di resistenza contro le richieste pressanti della Bundesbank di dare vita al più presto alla svolta monetaria.

E può tirare un sospiro di sollievo anche la stessa Germania, dove le elezioni federali si tengono a settembre e i cittadini tedeschi sono piuttosto sensibili al tema della stabilità dei prezzi. Le critiche a Draghi non sono mai mancate qui, ma almeno per qualche mese dovranno prendersi una pausa, consentendo alla cancelliera Angela Merkel di non doversi preoccuparsi dell’impopolarità della BCE in piena campagna elettorale. (Leggi anche: Germania a Draghi: ci crei problemi politici)

Torneranno gli acquisti sui Bund?

E la decelerazione dell’inflazione tedesca dovrebbe sostenere i Bund, i cui rendimenti a 10 anni sono passati dal -0,20% di agosto a quasi il +0,50% toccato a inizio mese, ma pur sempre limitati dagli acquisti del mercato contro le tensioni geo-politiche nell’Eurozona. Ieri, dopo la pubblicazione dei dati, scendevano di poco allo 0,35%. I titoli emessi da Berlino potrebbero, quindi, tornare un po’ più appetibili, al netto di ogni altra considerazione, in virtù di una crescita dei prezzi meno accentuata, oltre che per la previsione di stimoli monetari più longevi nell’area. (Leggi anche: Rendimenti Bund, quando saliranno con l’inflazione in Germania al 2%?)

Cosa abbia fatto invertire la tendenza non è complicato capirlo. Il boom delle quotazioni del petrolio nei mesi scorsi, che si erano spinte fino a ridosso dei 60 dollari dai poco più di 40 di metà novembre sul taglio della produzione concordato all’interno dell’OPEC e con altri undici produttori esterni, è in gran parte svanito. I prezzi sono tornati sui 50 dollari e lo stesso biglietto verde si è indebolito del 3,5% contro l’euro in poco più di tre mesi. Anche in ciò, Draghi troverà conferma delle sue convinzioni, ovvero che l’inflazione di fondo resterebbe debole e che l’impennata dei mesi scorsi fosse dovuta solamente alla corsa dei prezzi energetici.

 

 

 

 

 

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Argomenti: Bce, Economia Europa, Germania, Inflazione, Mario Draghi, quantitative easing, stimoli monetari