Tassi BCE, perché Draghi potrebbe non aumentare gli stimoli a settembre

Al board della BCE a settembre potrebbero non arrivare nuovi stimoli monetari. Ecco a quando e perché il governatore Mario Draghi rinvierebbe il potenziamento del QE.

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Al board della BCE a settembre potrebbero non arrivare nuovi stimoli monetari. Ecco a quando e perché il governatore Mario Draghi rinvierebbe il potenziamento del QE.

Dopo Jackson Hole, il simposio annuale organizzato dalla Federal Reserve nel Wyoming, il cambio euro-dollaro è sceso da oltre 1,13 di venerdì a meno di 1,12 di ieri sera, ai minimi da tre settimane. Il movimento è dettato dalle dichiarazioni del governatore Janet Yellen, che ha lasciato aperta la porta a un secondo aumento dei tassi negli USA a settembre, pur confermando la gradualità della stretta monetaria americana.

Per Mario Draghi è una buona notizia. L’aumento dei tassi Fed rende la vita meno complicata alla BCE, che senza far nulla dovrebbe assistere a un indebolimento dell’euro contro il dollaro o quanto meno a un suo mancato rafforzamento.

Niente nuovi stimoli BCE a settembre?

E’ come se la politica monetaria di Francoforte diventasse un po’ più accomodante, ma senza il varo di nuovi stimoli monetari. Già, il loro potenziamento sono stati paventati nel corso dell’ultima conferenza stampa post-board di fine luglio. Da allora, però, alcuni dati segnalano che Draghi potrebbe prendersi qualche mese in più, prima di decidere se realmente attingere alla sua ormai famosa “cassetta degli attrezzi”.

Nel secondo trimestre del 2016, il pil nell’Eurozona risulterebbe cresciuto dello 0,3% rispetto ai primi tre mesi dell’anno, dell’1,6% su base annua, stando alle stime preliminari dell’Eurostat. Il dato è superiore alle attese e allontanerebbe parzialmente i timori di un impatto brusco della Brexit sulla ripresa dell’area, anche se sarà importante capire cosa accadrà nel terzo trimestre, il primo dopo il referendum.

 

 

 

Crescita Eurozona prosegue

Nel frattempo, l’inflazione a luglio nell’Eurozona è salita lievemente allo 0,2% dallo 0,1% di giugno, un segnale anch’esso nella direzione desiderata, anche se molto flebile e lontano dal target di quasi il 2%. E se alla fine di luglio eravamo in pieno “orso” sul mercato del greggio, da allora si registra una crescita delle quotazioni del 14% per il Brent, un fatto che spinge a stimare un’ulteriore accelerazione dei prezzi al consumo nell’area per i prossimi mesi.

Riepilogando, Draghi si presenterà al board dell’8 settembre con un quadro meno negativo di quanto messo in conto.

La crescita è sì debole, ma non starebbe rallentando di quello 0,3-0,5% preventivato con la Brexit, mentre l’inflazione è tornata appena positiva. Quanto basta per prendersi una pausa e rinviare alle riunioni successive i negoziati con la Bundesbank per il varo di eventuali nuovi stimoli, magari sotto la pressione degli eventi.

Tensioni finanziarie in autunno?

A novembre si tiene il referendum costituzionale in Italia, che potrebbe segnare la sorte del governo Renzi, a capo della terza economia dell’Eurozona. In caso di focolai di tensioni sui mercati finanziari, che lasciassero intravedere nubi all’orizzonte per la moneta unica, Draghi potrebbe intervenire mettendo sul piatto un aumento degli acquisti mensili di bond, tagliando i tassi overnight e di riferimento e allungando la durata del “quantitative easing”.

Ciascuna di queste misure sarà certamente osteggiata dalla Germania, ma le resistenze sarebbero più facilmente superabili sotto una qualche minaccia alla sopravvivenza dell’area, magari a seguito del voto popolare in Italia. Dunque, il board di settembre dovrebbe essere un non-evento, interlocutorio, mentre così non sarebbe quello della Fed. Nuovi interventi sarebbero rinviati con molta probabilità all’ultima riunione dell’anno, quella di inizio dicembre.

 

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