Tassi BCE, rialzo da fine anno ora probabile per i mercati: ecco i segnali

Cambio euro-dollaro ai massimi da oltre un anno sulle attese di una minore divergenza monetaria tra USA ed Eurozona. Ma stiamo dirigendoci verso una stretta BCE?

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Cambio euro-dollaro ai massimi da oltre un anno sulle attese di una minore divergenza monetaria tra USA ed Eurozona. Ma stiamo dirigendoci verso una stretta BCE?

I toni “hawkish” mostrati dai governatori delle principali banche centrali al simposio di Sintra, Portogallo, negli ultimi due giorni, ha messo in moto i mercati finanziari, i quali hanno iniziato a scontare la più alta probabilità di un rialzo dei tassi da parte della BCE e della Bank of England, in particolare, mandando il cambio euro-dollaro a poco oltre 1,14 in questi minuti, ai massimi da oltre un anno.

In netto rialzo anche la sterlina contro il dollaro, complice la schiarita politica dopo le elezioni nel Regno Unito e la nascita di un governo conservatore di minoranza in Parlamento, ma sostenuto dai protestanti unionisti nord-irlandesi. Il cambio adesso si attesta poco al di sotto di 1,30. Era a 1,2625 il 20 giugno scorso.

I prezzi incorporati nei tassi swaps overnight ci segnalano un aumento delle scommesse sui mercati per una stretta monetaria a breve presso le principali banche centrali. Rispetto alla metà di giugno, salgono ulteriormente le probabilità attese per un nuovo rialzo dei tassi USA da parte della Federal Reserve entro l’anno, portandosi al 50%. Un rialzo è considerato più che scontato in Canada, dove si passa in meno di due settimane dal 105% al 140%. Impennata per la Bank of England, la cui stretta è attesa adesso a oltre il 50% dal 10%, ma qualcosa si muove anche per la BCE, perché se è vero che una stretta a fine anno era considerata pressoché irrealistica soltanto 15 giorni fa, adesso viene scontata al 25%, poco, ma in forte crescita. (Leggi anche: Cambio euro-dollaro ai massimi da un anno)

Lo spread Treasury-Bund

C’è un altro indicatore, che tende a segnalarci possibili movimenti futuri sui tassi, almeno quelli previsti dal mercato. E’ lo spread tra rendimenti dei Treasuries e quelli dei Bund a 10 anni. Attualmente, esso risulta sceso a 183 punti base (1,83%), un livello ancora relativamente alto, ma si pensi che tra febbraio e marzo si era portato a 220 bp, ai massimi dal 1990.

Cosa segnalano questi movimenti? Un differenziale di rendimento crescente tra i titoli di stato dei due paesi (la Germania viene utilizzata quale proxy per l’intera Eurozona), implica che i trader starebbero scontando un rialzo dei tassi negli USA, ovvero un apprezzamento del cambio euro-dollaro.

Tassi Fed attesi più alti, infatti, spingono il mercato a vendere Treasuries e, quindi, a farne salire il rendimento rispetto ai Bund. (Leggi anche: Che segnala lo spread Treasury-Bund?)

Attesa minore divergenza monetaria

Ciò è quanto era accaduto tra il 2016 e i primi mesi di quest’anno, quando il mercato, specie dopo la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali negli USA, previde una politica monetaria americana più restrittiva, in conseguenza dell’agenda economica pro-crescita del tycoon. Negli ultimi mesi, è accaduto l’opposto: ritorno agli acquisti di Treasuries e vendite di Bund, in scia all’allentamento delle tensioni politiche e ai dati macro positivi nell’Eurozona, nonché alle incertezze sull’amministrazione Trump.

Dunque, il restringimento dello spread Treasury-Bund segnalerebbe l’attesa di una minore divergenza monetaria tra le prime due economie mondiali. Ma questo vuol dire che la BCE stia per avviare una stretta? Non esattamente. Alla fine di quest’anno, il piano di acquisto degli assets nell’Eurozona per 60 miliardi al mese (“quantitative easing”) scade formalmente. E’ altamente improbabile che gli stimoli monetari si azzerino bruscamente dal gennaio prossimo, concreta la probabilità che verranno tagliati gradualmente, fino ad annullarsi entro la metà dell’anno prossimo. (Leggi anche: Banche centrali coordinate, non c’è grande divergenza)

Il cammino verso la stretta

Dai segnali in arrivo dalla stessa BCE, solo a distanza di alcuni mesi dopo la fine del QE verrebbero alzati i tassi, seguendo un percorso simile a quello della Fed tra il 2014 e il 2015. Ne consegue che non dovremmo assistere ad alcuna stretta vera e propria nell’Eurozona fino alla seconda metà del 2018 e potrebbe accadere anche che ad essere alzati per primi saranno i tassi sui depositi overnight, oggi negativi e pari al -0,4%.

Da tali considerazioni consegue che vi sarebbe spazio per un rinvigorimento ulteriore del cambio euro-dollaro, ma non tale da farlo schizzare a livelli pre-QE, anche perché nel frattempo la Fed continuerà ad alzare i tassi USA.

Importante, a tale proposito, continuare a monitorare lo spread Treasury-Bund. Un suo collasso in direzione 100 bp sarebbe il segnale di un apprezzamento vigoroso della moneta unica contro il biglietto verde, essendo quello il livello a cui il differenziale si attestava prima che la BCE si mostrasse accomodante nel maggio del 2014, aprendo la fase ultra-espansiva contro il rischio deflazione. (Leggi anche: Quantitative easing al capolinea e tassi BCE in rialzo, Draghi prepara la stretta)

 

 

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