Tassi a zero a lungo o austerità fiscale: debito pubblico italiano appeso alla BCE

Il rapporto debito/pil in Italia non accenna a diminuire, malgrado i tassi d'interesse siano azzerati da anni. Senza la BCE, l'unica opzione sarebbe una politica di austerità fiscale.

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Il rapporto debito/pil in Italia non accenna a diminuire, malgrado i tassi d'interesse siano azzerati da anni. Senza la BCE, l'unica opzione sarebbe una politica di austerità fiscale.

Il debito pubblico italiano nel 2019 dovrebbe essersi attestato al 135,7%, cioè attorno ai 2.415 miliardi di euro. Prima della crisi finanziaria globale del 2008, era sceso al 103%. In termini percentuali, siamo stati tra i paesi ad avere saputo contenere maggiormente la crescita dello stock passivo, se si considera che in Francia sia raddoppiato in rapporto al pil, mentre in Spagna è quasi triplicato.

Caso a parte la Germania, che è riuscita a ridurre sia in valore percentuale che assoluto il suo debito.

Ad ogni modo, i numeri hanno la testa dura e l’Italia detiene il secondo debito più alto dopo la Grecia in Europa. E a differenza di Atene, Roma è esposta totalmente verso il mercato, cioè fondi, banche, assicurazioni e famiglie, oltre alla BCE per via del “quantitative easing” e che, comunque, si comporta alla stregua di un investitore privato. L’aspetto più drammatico di questo aumento incessante risiede nel fatto che esso stia avvenendo con tassi di mercato azzerati e che a loro volta hanno compresso ai minimi storici i rendimenti dei bond in tutta l’Eurozona.

Per quanto sia vero che i BTp restino i più generosi dell’area, assieme ai titoli di stato ellenici, innegabili i miglioramenti registrati dal Tesoro sulla spesa per interessi. Risultava superiore al 5% del pil prima del varo del QE, mentre nel 2019 dovrebbe essere scesa sotto il 3,5%. A gennaio, i rendimenti medi italiani sul mercato secondario sono stati dello 0,83%. Se restassero tali nel lungo periodo, la spesa per interessi crollerebbe di altri 2,5 punti di pil. A parità di entrate e spesa pubblica, il deficit si azzererebbe da sé, consentendo al debito di ridursi in rapporto al pil.

La corsa sfrenata del debito pubblico con queste cifre allarmanti

L’opzione tassi bassi

Il disavanzo fiscale è frutto di due componenti: avanzo/disavanzo primario e spesa per interessi. L’Italia ha negli ultimi anni un eccesso di entrate, al netto degli interessi, di circa l’1,5% del pil. Ma pagando una cifra più che doppia per onorare il debito, alla fine chiude il bilancio sempre in passivo.

Solamente se gli interessi sul debito ci costassero non oltre l’avanzo primario, il deficit verrebbe azzerato. Per l’Italia, una simile prospettiva non sarebbe immediata, ci servirebbero diversi anni ancora prima di tendervi. Se, però, nel frattempo la BCE tornasse ad alzare i tassi o ritirasse in tutto o in parte gli stimoli monetari, i rendimenti risalirebbero e per giungere al pareggio di bilancio o almeno ridurre il rapporto debito/pil ci servirebbe aumentare l’avanzo primario, cioè alzare le tasse e/o tagliare la spesa.

Va da sé che questa seconda opzione sarebbe impopolare, specie in un’economia che non cresce da decenni e che, perciò, affligge milioni di cittadini con redditi bassi e carenza di lavoro, oltre che con servizi insufficienti per via dei conti squilibrati degli enti pubblici, dai comuni fino allo stato centrale. Lo stesso Fondo Monetario Internazionale ha ribadito più volte la sua posizione contraria a un avanzo primario elevato, facendo riferimento al caso della Grecia, giudicandolo politicamente e socialmente non sostenibile a lungo. In poche parole, i livelli già raggiunti dall’Italia sarebbero congrui, impensabile portarli al 3-4% per pareggiare i conti. Significherebbe tagliare la spesa e aumentare le tasse per un totale di altri 35-40 miliardi, l’impatto sull’economia sarebbe terribile e il rapporto, anziché scendere, rischierebbe di accelerare verso l’alto.

Se le cose stanno così, a meno di non scontare una ristrutturazione del debito italiano, l’unica strada percorribile per rendere sostenibile quest’ultimo consiste nel contenerne i costi. Non è formalmente compito della BCE occuparsene, ma in assenza di risposte “politiche” sul piano europeo, solo su di essa grava la responsabilità di impedire che la situazione sfugga di mano. E così, con un uso improprio della politica monetaria, l’istituto si vedrebbe costretto per i prossimi anni a tenere i tassi bassi, non volendo alimentare una crisi di fiducia verso la terza economia dell’Eurozona. Sempre che non ci pensi un’eventuale reflazione a ritmi inattesi a complicare i piani di Francoforte, rendendo necessaria una stretta.

Sarà anche per questo che il target d’inflazione stia per essere rivisto sotto Christine Lagarde?

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