Tasse mascherate per partite IVA, ecco come il governo abbellisce i conti pubblici

La manovra del governo Gentiloni colpisce le piccole imprese e i liberi professionisti con una tassa occulta, escogitata per abbellire i conti pubblici. Problemi di liquidità in vista?

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La manovra del governo Gentiloni colpisce le piccole imprese e i liberi professionisti con una tassa occulta, escogitata per abbellire i conti pubblici. Problemi di liquidità in vista?

Niente nuove tasse, ma risanamento dei conti pubblici con la lotta all’evasione fiscale e tagli agli sprechi dello stato. Se le bugie provocassero l’allungamento nel naso, come per Pinocchio, è probabile che il premier Paolo Gentiloni e il suo ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, sarebbero poco presentabili alle loro apparizioni pubbliche, perché la manovra di primavera del governo in fase di aggiustamento, ma quasi pronta, di nuove tasse ne contemplerebbe e ancora una volta ad essere spremuti sarebbero i liberi professionisti, per non dire il mondo variegato delle partite IVA, in generale.

Quelle dichiarate riguardano le slot machine, i cui guadagni verrebbero tassati dell’1% in più. Poca roba, a dire il vero. Qualche altro centinaio di milioni di euro, però, dovrà verosimilmente arrivare dalle solite accise, che dovrebbero colpire i tabacchi, lasciando per ora esenti i carburanti. E riecco la retorica della lotta al fumo per giustificare una misura, che di salutista non ha nulla, ma che punta semplicemente a fare cassa. (Leggi anche: Il Def “geniale” di Padoan: meno crescita, false privatizzazioni e conti col trucco)

Lo split payment colpisce le partite IVA

Ma il grosso delle maggiori entrate non arriverebbe dagli aumenti appena esposti, bensì dallo “split payment” e dalla stretta sulle compensazioni fiscali delle aziende. Iniziamo con il primo. Ora, dobbiamo premettere che in Italia, quando si vuole introdurre una misura impopolare, si ha la fantasia di appiopparle un nome anglofono, che non la renderà certo più accettabile dai destinatari, ma quanto meno incomprensibile a gran parte dell’opinione pubblica.

Lo “split payment” è entrato già in vigore due anni fa e riguarda i rapporti tra Pubblica Amministrazione e aziende fornitrici di beni e servizi.

Le fatture vengono emesse dalla prima al netto dell’IVA, in modo che lo stato incassi direttamente, tramite una partita di giro, il pagamento che gli spetta. Esempio: la società X ha venduto al Comune di Roma 100 stampanti per un totale di 5.000 euro + IVA. In teoria, dovrebbe essere pagata per 6.100 euro, compresa l’IVA al 22% di 1.100 euro. Con questo sistema, il Comune capitolino le verserà solo i 5.000 euro e provvederà così autonomamente a pagare al posto del fornitore allo stato i 1.100 euro. (Leggi anche: Split payment, colpo di grazia per le aziende?)

Cosa non quadra nella manovra

La manovra di Gentiloni-Padoan punta ad ampliarne l’applicabilità, estendendo lo split alle società miste, ma a maggioranza pubblica, così come alle società private quotate nell’Ftse Mib, ovvero quelle maggiori e, infine, ai liberi professionisti, sempre per i rapporti di fornitura di beni e prestazione di servizi in favore della Pubblica Amministrazione.

L’obiettivo del governo sarebbe di incassare oltre un miliardo da questa estensione, anche se qualcosa non quadra nel ragionamento. Se si tratta semplicemente di anticipare un pagamento, che in ogni caso sarebbe sostenuto dal fornitore, il quale non può sfuggirvi, essendo certificato da un ente pubblico (non stiamo parlando di una transazione in nero, effettuata senza fattura), come si può ritenere credibilmente che lo “split payment” incrementi gli introiti IVA? Sarebbe come dichiarare che le imprese e i professionisti che forniscono beni o servizi ad enti statali, una volta incassata la fattura non pagherebbero l’IVA, cosa che non sta né in cielo, né in terra. Al limite, potrebbe accadere solamente che un’azienda, dopo avere incassato la somma per intero, fallisca e non riesca più a pagare l’IVA allo stato, così come altre imposte. Ma parliamo di casi-limite e statisticamente irrilevanti. (Leggi anche: I numeri di Padoan non convincono nemmeno la UE)

Crediti d’imposta certificati sopra i 5.000 euro

A fronte di un’operazione avallata dalla UE e che non ha senso sul piano della contabilità pubblica, i disguidi provocati alle aziende e tra qualche mese, forse, ai liberi professionisti non sono pochi.

Il pagamento per intero consente loro, anzitutto, di incassare una maggiore liquidità, che nell’arco di poche settimane (al massimo tre mesi) sarebbe girata allo stato per la parte riguardante l’IVA. Il vero risultato di questo magheggio di Padoan, che sembra avere davvero toccato il fondo, consiste nel provocare problemi di liquidità alle partite IVA.

Non è finita. Lo stesso governo prevede criteri più stringenti per usufruire della compensazione dei debiti fiscali con i crediti. Il limite massimo, oltre il quale sarà necessaria la certificazione di un professionista, scende da 15.000 a 5.000 euro. Di cosa parliamo? Immaginiamo che un’azienda debba versare all’Erario imposte Irpef per 25.000 euro, ma che allo stesso tempo vanti dallo stesso Erario crediti relativi sempre all’Irpef o ad altre imposte, come l’IVA, per 15.000 euro. Ragionevolezza vuole che il contribuente versi solo la differenza. Invece, l’automatismo sarà più problematico in futuro, perché al di sopra dei 5.000 euro, i crediti di imposta dovranno essere certificati.

Colpite le aziende più piccole

Anche in quest’ultimo caso, la misura si tradurrebbe in una complicazione della vita alle partite IVA, con relativo aggravio di costi, specie per le realtà produttive più piccole. La certificazione dei crediti, infatti, richiederà l’intervento di un professionista, che non sarà ovviamente gratis. Insomma, proprio quando servirebbe sostenere in ogni modo le pmi italiane in una fase di debole ripresa, sembra che Gentiloni-Padoan abbiano trovato l’elisir di lunga stagnazione.

 

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