Tasse legate all’inflazione, così l’America di Trump apre la via alla giustizia fiscale

Tagliare le tasse sulle plusvalenze, tenendo conto dell'inflazione. La rivoluzione "thatcheriana" di Trump, che farebbe bene anche ai contribuenti a basso reddito.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Tagliare le tasse sulle plusvalenze, tenendo conto dell'inflazione. La rivoluzione

In America è polemica sulla proposta dell’amministrazione Trump di tagliare le tasse sui “capital gain”, le plusvalenze realizzate dalla cessione di beni a prezzi superiori a quelli di acquisto. La normativa riguarderebbe essenzialmente i titoli finanziari. Oggi come oggi, le plusvalenze sono soggette al pagamento di un’imposta generalmente al 20%. Come si applica? Immaginate di avere acquistato 1.000 azioni Apple esattamente 10 anni fa, quando ciascuna valeva 69,50 dollari, e di rivenderle oggi a 197 dollari a cui quotano in borsa. Il fisco americano applicherebbe l’imposta sui capital gain, questi ultimi calcolati come pari ai 127,50 dollari di differenza tra il prezzo di cessione e quello di acquisto di un decennio or sono. In tutto, paghereste 25,50 dollari per ciascuna azione venduta, ovvero 25.550 dollari in tutto.

Il taglio delle tasse di Trump offre spunti anche per l’Italia

Tuttavia, bisogna considerare che nell’arco di tempo dell’investimento, l’inflazione ha eroso parte del valore iniziale del capitale. La crescita cumulata dei prezzi da allora ad oggi risulterebbe di poco inferiore al 20%. Dunque, se tenessimo in considerazione che i 69,50 dollari per azione spesi allora avrebbero perso un quinto del loro valore nel decennio trascorso, l’imposta si dovrebbe applicare su una plusvalenza teorica inferiore, perché il costo di acquisto, rivalutato per l’inflazione, salirebbe a 83,40 dollari per azione, riducendo il guadagno in conto capitale a 113,60 dollari o 113.600 dollari in tutto, su cui verseremmo un’imposta complessiva di 22.720 dollari, anziché 25.550 dollari, come da normativa attuale.

Il presidente Donald Trump ha minacciato di fare da solo, nel caso in cui il Congresso non votasse il taglio delle tasse al più presto, il cui costo annuo stimato per le casse dello stato, stando al Tax Policy Center, ammonterebbe a 20 miliardi di dollari. A risparmiare sarebbero per la quasi totalità dei casi i contribuenti con redditi dichiarati dai 100.000 dollari all’anno insù, mentre ben nel 70% dei casi ci guadagnerebbero i milionari. Il 97% del beneficio atteso andrebbe al 10% più ricco della popolazione americana, ragione per cui l’opposizione democratica grida allo scandalo e sostiene che il taglio delle tasse sarebbe regressivo, mentre i repubblicani non hanno ancora chiarito se voteranno la modifica, nonostante sia da molti anni un loro cavallo di battaglia. La Casa Bianca ha avvertito che farebbe anche da sola, semplicemente facendo cambiare al Tesoro la definizione di costo alla quale sono parametrate le imposte sulle plusvalenze. Negli anni Ottanta, una simile misura fu adottata dal governo di Margaret Thatcher per superare il problema di una tassazione iniqua, visti gli alti livelli d’inflazione di quegli anni.

Una rivoluzione non solo per i ricchi

Regalo ai ricchi? In realtà, con la modifica di Trump si aprirebbero le porte a un ripensamento più complessivo della tassazione, favorendo potenzialmente anche i contribuenti più a basso reddito. Anzitutto, una imposizione fiscale più equa sui capital gain spingerebbe i detentori di titoli finanziari a vendere e a investire potenzialmente il ricavato in impieghi più produttivi. Aldilà della polemica politica, che le tasse tengano conto dell’inflazione, ovvero del valore reale di un bene, sarebbe una conquista per il contribuente, indipendentemente da quale categoria inizialmente ci guadagnasse. Pensate al caso molto più “popolare” delle vendite immobiliari. Acquisto casa nell’anno 2003 per 100.000 euro e la rivendo nel 2018 per 130.000 euro. In teoria, dovrei pagare le imposte sui 30.000 euro di differenza positiva incassata, ma bisogna considerare che nell’arco dei 15 anni, il potere di acquisto si è notevolmente ridotto e si potrebbe scoprire che, a conti fatti, complice la caduta delle quotazioni immobiliari sin dal 2006, sto pagando imposte su una plusvalenza reale inesistente, visto che questa risulterebbe più che divorata dall’inflazione cumulata nel periodo.

E’ giusto pagare le imposte allo stato su guadagni solo monetari e non reali? No. E semmai questa impostazione consente al fisco di speculare sull’inflazione, utilizzandola in alcuni casi come un modo per fare cassa, senza che nemmeno il contribuente se ne accorga. Prendiamo l’esempio dell’Irpef. Ad oggi, abbiamo 5 scaglioni di reddito, con l’aliquota più bassa del 23% che si applica fino ai 15.000 euro lordi anni e quella più alta del 43% sopra i 72.000 euro. Immaginiamo di avere percepito nell’anno 2016 un reddito di 15.000 euro e di avervi pagato al fisco 1.561 euro, al netto della detrazione d’imposta per i redditi da lavoro dipendente. Immaginiamo che l’anno seguente, il nostro reddito sia aumentato in linea con l’inflazione, che ipotizziamo essere stata del 3%. Pertanto, abbiamo dichiarato al fisco 15.450 euro e sui 450 euro in più versiamo la più alta aliquota del 27%. In sostanza, nonostante il nostro reddito reale sia rimasto uguale, il fisco si è preso il 4% sul maggior reddito. E’ quello che in gergo si definisce “drenaggio fiscale”.

Ora, le cifre considerate appaiono insignificanti, ma si consideri che nell’arco degli anni, l’inflazione tende effettivamente a erodere il potere di acquisto dei contribuenti e che i redditi vengono così tassati spesso con aliquote superiori, semplicemente per essersi adeguati ai prezzi, finendo, però, per sconfinare in un altro scaglione con aliquote più alte. E se il sistema fiscale prevedesse automaticamente un adeguamento degli scaglioni di reddito all’inflazione? Lo stato non avrebbe modo di approfittare dell’inflazione e il contribuente non subirebbe alcun aggravio ingiustificato. Certo, se passasse la “flat tax”, il problema quasi nemmeno si porrebbe, dato che verrebbe meno l’imposizione progressiva sui redditi. Ma quello è tutto un altro capitolo.

Perché la flat tax serve come l’aria e il reddito di cittadinanza sprecherebbe risorse

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Argomenti: Economia USA, Presidenza Trump

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