Tassazione rendite finanziarie in aumento del 10%. Il governo tradisce i risparmiatori

Secondo le prime indiscrezioni, la legge di stabilità conterrebbe un ulteriore innalzamento delle tasse su capital gain e rendite finanziarie. A rimetterci saranno solo i piccoli risparmiatori: i grossi capitali sono già scappati

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Secondo le prime indiscrezioni, la legge di stabilità conterrebbe un ulteriore innalzamento delle tasse su capital gain e rendite finanziarie. A rimetterci saranno solo i piccoli risparmiatori: i grossi capitali sono già scappati

Alla follia non c’è limite. Il governo delle larghe intese, ma dalle strette vedute propone nella legge di stabilità di innalzare ancora le tasse sul risparmio. Ma non si diceva che la manovra di fine anno avrebbe contenuto solo tagli alla spesa? In pratica lo Stato dovrebbe aumentare l’aliquota sulle rendite finanziarie e sul capital gain del 10%, portandola dal 20 al 22% e contestualmente innalzare la cosi detta imposta di bollo sui depositi titoli dallo 0,15% allo 0,165%. Un’altra bella mazzata è quindi in arrivo per i risparmiatori italiani che increduli hanno già cominciato a manifestare tutto il loro dissenso  verso quello che potrebbe essere visto come un “tradimento” da parte di un governo che dovrebbe invece tagliare le spese folli e ingiustificate dello Stato. Non solo, dalla proposta elaborata dal Consiglio dei Ministri per il varo della legge di stabilità, pare che dalla riforma rimangano esentati i titoli di stato e quindi viene tesa ancora una volta la mano alle banche italiane che sono piene zeppe di Btp. Si tratta ovviamente solo di una proposta che dovrà ancora seguire tutto l’iter parlamentare, ma è abbastanza evidente che il Ministro Saccomanni non abbia le idee chiare su cosa fare e preferisce (ancora una volta) andare a colpire il risparmio che la Costituzione Italiana difende e incoraggia all’articolo 47.

 

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La tassazione sul risparmio non aiuta a risanare il bilancio dello Stato

 

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E’ poi stato dimostrato da economisti ed esperti che dopo l’inasprimento delle aliquote dal 12,50% al 20% del governo Monti, lo Stato ha incassato poco più della metà di quanto aveva preventivato e che i grossi capitali hanno preso la via dei paradisi fiscali senza fare più ritorno in Italia.

La tobin tax, poi, introdotta quest’anno sulle transazioni finanziarie (solo Italia e Francia l’hanno attuata) ha penalizzato ulteriormente i volumi azionari di Piazza Affari contribuendo solo per il 42% al gettito fiscale previsto.

 

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Ma non è tutto. E’ dimostrato che in nessun caso l’aumento del prelievo fiscale sul risparmio ha contribuito al risanamento del debito pubblico di uno stato. E questo, sin dai tempi dei Savoia. Dal 1998, cioè da quando l’Italia ha introdotto la legge che impone tasse sul capital gain e sulle rendite, il debito pubblico anziché diminuire ha continuato ad aumentare di pari passo con le spese pubbliche assurde che non si vogliono tagliare. Il governo oltre ad essere miope, sta chiaramente dimostrando di tradire gli italiani, almeno quelli che ancora qualcosa riescono a mettere da parte a fine mese, poiché aveva promesso di non introdurre nuove tasse, nemmeno per un centesimo. Lo si è visto con l’IVA e lo si vede ancora adesso con la tassazione delle rendite di capitale. E’ tradimento in piena regola. A farne le spese saranno ancora una volta i piccoli risparmiatori, quelli che a mala pena riescono a mettere da parte qualcosa a fine mese, non certo i grandi capitalisti che hanno già provveduto da tempo a spostare le loro risorse all’estero.

 

Quasi un terzo delle transazioni di borsa a Piazza Affari viene effettuato dall’estero

 

FISCO

Mentre il segretario della CGIL Susanna Camusso invoca la forca per colpire il risparmio degli italiani senza distinzione di sorta fra piccoli risparmiatori e grandi capitalisti, la HSBC lo scorso mese di Luglio ha snocciolato sulle colonne del Financial Times dati da brivido che la stampa italiana al servizio dei poteri dello stato ha omesso di evidenziare (non a caso la legge di stabilità istituisce un fondo per l’editoria).

Ebbene, nel 2012, cioè da quando Monti ha cominciato ad andarci giù duro con le tasse sui redditi da capitale, le transazioni finanziarie in Italia sono calate del 32%. Certo, c’è di mezzo anche la crisi economica che ha colpito duro, ma gli altri stati europei non sono andati così male. La Francia ne ha risentito per il 19%, nonostante la tobin tax applicata sui titoli di borsa con capitalizzazione superiore a 1 miliardo di euro, la Spagna per il 24%, mentre la Germania ha visto un incremento dei volumi del 6%. Non solo. Sempre secondo il Financial Times, il 31% degli scambi di borsa registrati a Piazza Affari vengono effettuati dall’estero, per la maggior parte nella City londinese, quasi un terzo del totale. Una percentuale che la dice lunga su come e da dove vengono manovrati i capitali che girano sul listino milanese. In pratica, una persona su tre, acquista e vende titoli italiani quotati operando da banche straniere. Che cosa significa questo? A parte i singoli risparmiatori che hanno deciso di lasciare il Bel Paese, molte istituzioni finanziarie italiane (banche, fondi d’investimento e società ad hoc) hanno sede in Lussemburgo, Irlanda o altre nazioni dove vige un regime di tassazione agevolata. Da qui – spiegano gli esperti – vengono fatte tutte le transazioni finanziarie di un certo spessore, come avviene regolarmente da almeno 15 anni. A rimanere incastrati sono quindi solo i piccoli che non hanno né i mezzi né le conoscenze necessarie per poter operare dall’estero aggirando più o meno lecitamente le tasse sul risparmio. 

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