Tassazione minima europea, la mentalità dei perdenti propugnata da Gentiloni

Eliminare la concorrenza fiscale in Europa. L'obiettivo dichiarato del commissario italiano Paolo Gentiloni svela il vero progetto franco-tedesco e la mentalità perdente che vi sta dietro.

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Eliminare la concorrenza fiscale in Europa. L'obiettivo dichiarato del commissario italiano Paolo Gentiloni svela il vero progetto franco-tedesco e la mentalità perdente che vi sta dietro.

Immaginate di partecipare a una gara di velocità e di arrivare alla competizione poco preparati, sapendo che gli avversari stanno più in forma. Anziché essere onesti con voi stessi e cercare di migliorarvi, imponete agli altri corridori di gareggiare con una palla di bronzo al piede, così da rallentarne la corsa e partire tutti in condizioni di maggiore uguaglianza. Capite da voi che non verrebbe premiato il merito e alla gara successiva, probabilmente nessuno si presenterà in forma, sapendo che la competizione sarà commisurata alle condizioni fisiche del partecipante peggio messo. Che senso avrebbe allenarsi, fare sacrifici, mangiare sano e condurre uno stile di vita esemplare?

Trasferite l’esempio di cui sopra al mondo dell’economia, per l’esattezza alla tassazione minima europea a cui ambisce la Commissione UE e vi accorgerete che il discorso non cambia. Il commissario agli Affari monetari, Paolo Gentiloni, ha dichiarato ieri che intende lavorare per giungere a un accordo su un livello minimo di tassazione in tutta l’area OCSE e al G20, ma se una soluzione non si troverà – com’è quasi scontato – ai vertici internazionali, allora Bruxelles punterà a contrastare il dumping fiscale almeno tra gli stati comunitari.

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La lotta alla concorrenza fiscale

Da anni, la UE fa pressioni sui paesi con basse aliquote come l’Irlanda, affinché innalzino la loro tassazione e diminuiscano il grado di concorrenza fiscale nel Vecchio Continente. Nel mirino dei commissari vi è quell’aliquota del 12,50% sugli utili delle imprese, nettamente più bassa del 22% medio dell’area OCSE. Per non parlare degli escamotage offerti da Dublino per minimizzare o anche azzerare il carico fiscale di società estere, fondi e istituzioni finanziarie.

La Francia con Emmanuel Macron propone sin dall’insediamento di quest’ultimo all’Eliseo nel 2017 un’aliquota IVA minima europea.

Qual è il senso di queste misure? Elevare la tassazione nelle economie in cui essa è relativamente bassa, così da consentire alle altre, come Francia, Italia e Germania, in cui le aliquote si mostrano su livelli alti, di continuare a reggere la concorrenza senza preoccuparsi granché di riformarsi. La “colpa” di paesi come Irlanda o Olanda sarebbe di saper gestire la cosa pubblica con efficienza, spendendo il giusto e potendo così accontentarsi di entrate limitate. Poiché Roma, Parigi, Berlino, solo per citare le grandi capitali, non riescono a tagliare la rispettiva spesa pubblica e, di conseguenza, ad abbassare i livelli di tassazione su imprese, lavoro, consumi e risparmi, provano ad “uccidere” direttamente l’avversario.

E’ ufficiale: Macron vuole francesizzare l’Europa

Questa è la tipica mentalità dei perdenti: non riesci a competere? E allora chiedi che gli altri siano messi nelle condizioni di non nuocerti. Il piano franco-tedesco, abbracciato per convenienza spicciola dall’Italia, consiste esattamente in questo, ad innalzare la tassazione europea, così da rendere possibile il mantenimento dello status quo e magari riuscire a silenziare la crescente protesta di fette della popolazione sempre più insofferenti per l’incapacità dei governi di gestire la globalizzazione. Gentiloni rispecchia in pieno questa mentalità da ultimi della classe, che cercano non di imitare l’esempio dei primi concentrandosi sullo studio, quanto di renderli più simili a loro stessi, sottraendo loro i libri per non farli studiare.

Il piano franco-tedesco

Sulla falsariga di questo ragionamento esordiva nell’estate scorsa la Commissione di Ursula von der Leyen, che propone l’introduzione di un salario minimo legale in tutta la UE. Anche quest’idea abominevole, date le forti disparità salariali nell’area, è stata partorita dalla Francia e appoggiata dalla Germania, tesa a ridurre la concorrenza dei lavoratori dell’Europa dell’est ai danni di quelli del blocco occidentale. Anche in questo caso, anziché snellire e flessibilizzare la normativa giuslavoristica e tagliare il costo del lavoro, Parigi preferisce far rincarare quest’ultimo negli stati economicamente meno avanzati, come Romania, Bulgaria, Polonia, etc.

, consapevole che toccare le regole in patria equivale a minacciare decenni di incrostazioni corporative e un radicato, consolidato sindacalismo, come di recente ha dimostrato la sollevazione popolare contro la tentata riforma delle pensioni, già abortita.

Ma i perdenti restano perdenti, non saranno espedienti di bassa lega a renderli vincenti. Gli effetti di questo piano, ammesso che venga mai approvato dal Consiglio europeo, sarebbero nefasti per tutti. Per chi lo subisce, costretto ad alzare le aliquote e a sacrificare la propria economia nel nome di una malintesa solidarietà internazionale quasi di stampo socialista; per chi apparentemente ne beneficia nell’immediato, che in assenza di impulsi per auto-riformarsi finirebbe per sprofondare ancora di più nell’inefficienza e per invocare con il tempo una tassazione minima mondiale.

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