Tassa sui biglietti aerei per mantenere i mega-sussidi ai piloti Alitalia

L'aumento della tassa sugli imbarchi aerei è finalizzata al mantenimento della generosa cassa integrazione dei piloti Alitalia, a distanza di 7 anni dalla privatizzazione a carico dello stato.

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L'aumento della tassa sugli imbarchi aerei è finalizzata al mantenimento della generosa cassa integrazione dei piloti Alitalia, a distanza di 7 anni dalla privatizzazione a carico dello stato.

Un decreto interministeriale del 20 ottobre scorso ha aumentato di 2,5 euro a biglietto la tassa sull’imbarco dei passeggeri, che intendano partire da un aeroporto italiano, portando il balzello a 9 euro a biglietto, 10 euro per gli aeroporti di Roma. La decisione ha scatenato in queste settimane la reazione furente del comparto, che ritiene giustamente di essere colpito da una misura punitiva verso i passeggeri in transito o in partenza dall’Italia. Il vice-presidente della International Air Transport Association (Iata), Raphale Schwartzman, avverte il governo che questo aggravio fiscale sui biglietti aerei avrà un impatto negativo sull’economia italiana, perché porterà a 755.000 passeggeri in meno all’anno e alla perdita di 146 milioni di euro di pil. Tutto ciò, conclude, distruggerà 2.300 posti di lavoro.

Ryanair fugge dall’Italia

E la compagnia low-cost Ryanair, prima in Italia con 27 milioni di passeggeri all’anno, ha annunciato l’addio a 2 scali, quelli di Alghero e Pescara, in polemica contro il governo per l’aumento della tassa. L’ad David O’Brien ha spiegato di non avere avuto scelta e ha puntato il dito contro l’esecutivo, reo di colpire il settore aereo, quando in Italia si ha una disoccupazione giovanile del 40%, specie perché la misura serve a finanziare i piloti cassintegrati di Alitalia. In effetti, la polemica in questi giorni sta diventando rovente proprio per la finalità del nuovo balzello, oltre che per la misura in sé. Si calcola che l’aggravio dovrebbe portare nelle casse dello stato 230 milioni di euro in più, alimentando così quel fondo, che serve a mantenere in cassa integrazione i piloti. Il problema riguarda Alitalia, che dopo l’ennesimo salvataggio a carico dello stato del 2008, ha ancora quasi 10.000 piloti cassintegrati.

[tweet_box design=”box_09″ float=”none”]Piloti Alitalia mantenuti dai passeggeri dopo 7 anni di cassa integrazione[/tweet_box]      

Cassintegrati Alitalia pesano ancora sulle nostre tasche

Ebbene, poiché gli stipendi sono relativamente alti, toccando per alcuni anche i 30.000 euro lordi al mese, risultano insufficienti i contributi versati dalla stessa categoria e dalle compagnie, che alimentano l’apposito fondo solamente per il 2,5%. I datori di lavoro versano ogni mese all’Inps lo 0,375% dello stipendio dei propri addetti, mentre i lavoratori contribuiscono per un altro 0,125%. Ma, attenzione, su uno stipendio mensile di 10.000 euro, di cui 4.000 per l’indennità di volo, il pilota versa la sua quota già risibile solamente su 6.000 euro, vale a dire appena 7,50 euro al mese. Ora, poiché le norme in materia di ammortizzatori sociali vietano di corrispondere ai lavoratori cassintegrati più di 1.168 euro al mese, per evitare che i piloti abbiano un calo eccessivo del tenore di vita, si è pensato bene di creare un apposito fondo a carico dei passeggeri, che serve a coprire la parte del sussidio non erogabile dall’Inps, ovvero la distanza tra i suddetti 1.168 euro e l’80% dello stipendio.

Il 98% della cassa integrazione la versa il passeggero

Facciamo un esempio: se un pilota Alitalia prendeva prima di essere posto in cassa integrazione uno stipendio medio mensile di 10.000 euro, l’Inps gli verserà 1.168 euro, mentre i restanti 6.832 euro necessari per arrivare all’80% saranno a carico di chi viaggia. L’espediente ha dell’originale, perché è come se i lavoratori in cassa integrazione di uno stabilimento di produzione di camicie fossero assistiti da coloro che acquistano abbigliamento, anche di altre marche. La vicenda ci ricorda come a distanza di ben 7 anni dall’inizio delle procedure di cassa integrazione, Alitalia continui a rimanere assistita dalla collettività, attraverso una generosissima contribuzione da parte di tutti i passeggeri, persino di quanti non viaggiano con la ex compagnia di bandiera. Si tratta a ben vedere anche di un caso evidente di distorsione della concorrenza a beneficio di una compagnia ora privata, che è bene ricordare avere già ottenuto lo sgravio di 2 miliardi di debiti, che 7 anni fa furono appioppati allo stato, ovvero al contribuente.

     

Piloti Alitalia cassintegrati continuano a vivere sulle spalle degli italiani

I cassintegrati Alitalia ci sono già costati quasi 1,4 miliardi di euro tra il 2007 e il 2014, ma con il 2015 saremmo già ben oltre gli 1,5 miliardi. Nel 2012, l’anno di maggiore usufruizione della cassa integrazione, abbiamo pagato 4.366 assegni di oltre 2.000 euro al mese, 896 superiori ai 5.000 euro, 399 di oltre 10.000 euro e 35 di oltre 20.000 euro lordi. Un altro aspetto sgradevole della vicenda è che questa tassa si caratterizza per essere regressiva, in quanto grava principalmente sui biglietti di prezzo più basso, come quelli di Ryanair. E se vogliamo, sulla clientela più giovane e meno abbiente, costretta a sostenere apparentemente all’infinito un beneficio assistenziale, di cui nessun’altra categoria di lavoratori può godere. E’ l’Italia dei paradossi: i poveri mantengono i ricchi.  

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