Tassa su cassette di sicurezza, retromarcia di Salvini: ecco la proposta che ha in mente

Retromarcia di Matteo Salvini in merito alla tassa sulle cassette di sicurezza, lanciata ieri a sorpresa e che ha scatenato molte critiche e paure tra gli italiani. Di cosa si tratta veramente?

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Retromarcia di Matteo Salvini in merito alla tassa sulle cassette di sicurezza, lanciata ieri a sorpresa e che ha scatenato molte critiche e paure tra gli italiani. Di cosa si tratta veramente?

Partecipando alla trasmissione Porta a Porta, il vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha lanciato la proposta choc di introdurre un’imposta sul denaro contante contenuto nelle cassette di sicurezza degli italiani. Nelle ore successive, le reazioni politiche non sono mancate, tra cui quella del PD, che per bocca del deputato Luigi Marattin l’ha definitiva “irresponsabile”.

Eppure, nel 2016 ci aveva provato proprio il governo Renzi a mettere le mani sui miliardi di euro ammassati nei caveau delle banche. Il leader della Lega ha sostenuto la necessità di “mettere in circolo questa liquidità”, così da renderla produttiva. Stamane, però, lo stesso ha ridimensionato la proposta, sostenendo che non vi sarebbe in vista alcuna patrimoniale, alcuna imposta sui risparmi, anzi che semmai egli punterebbe a tagliare le tasse.

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Semplice incomprensione? Non esattamente. Due anni fa, il capo procuratore di Milano, Francesco Greco, nel corso di un convegno aveva parlato di 150 miliardi di euro di contante depositati dagli italiani nelle cassette di sicurezza, di cui 50 in Italia. Ora, perché mai un risparmiatore dovrebbe depositare denaro in una cassetta di sicurezza, praticamente rinunciando sia a percepire un interesse, sia alla comodità di attingervi in tempo reale, come avviene con un conto corrente? La risposta sembrerebbe ovvia: probabile che parte di questo contante sfugga al fisco, che sia frutto di redditi o altre entrate non dichiarate, in qualche caso persino di provenienza illecita.

Attenzione, però, a compiere la facile equivalenza tra cassette di sicurezza e denaro in nero. Con i tassi azzerati sui conti bancari, aprire un conto corrente o deposito ha scarso significato economico da anni, ma al di sopra dei 100.000 euro, espone il risparmiatore al rischio di perdite nel caso di “bail-in”, cosa che non avviene depositando denaro anche per milioni di euro presso le cassette di sicurezza, perché il contenuto al loro interno resta di proprietà dei titolari e le banche offrono solamente un servizio di custodia, per il quale chiedono il pagamento di un canone annuo.

In sostanza, in tempi di “bail-in”, chi avesse la fortuna di possedere risparmi con tanti zeri e non li volesse impiegare in attività reali o finanziarie rischiose, troverebbe interessante ricorrere alle cassette di sicurezza, in quanto non perderebbe un solo centesimo nemmeno se la banca fallisse.

In cosa consiste la proposta di Salvini?

L’idea che Salvini avrebbe in mente sarebbe di tassare al 15% il contante depositato nelle cassette di sicurezza, ma solamente nel caso di adesione volontaria del titolare a una nuova “voluntary disclosure”. Insomma, si tratterebbe di allargare la “pace fiscale” all’autodenuncia di contante nascosto al fisco. Sappiamo già che l’Agenzia delle Entrate monitora già i movimenti bancari, per cui avrebbe la possibilità di fare da sé con riferimento alle variazioni dubbie dei saldi sui conti. Tuttavia, sin dal 2013 la Banca d’Italia ha già “schedato” anche tutti i titolari delle cassette di sicurezza e all’occorrenza può disporre verifiche sul loro contenuto, come nel caso di soggetti sospettati di riciclare denaro sporco, etc.

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Dunque, l’ipotesi di Salvini, sempre che trovi mai applicazione e che non faccia la fine di quella studiata al tempo dall’altro Matteo, consisterebbe nel consentire ai titolari delle cassette di sicurezza di denunciare il contante ivi depositato, pagando una percentuale (15-20%?) per “scudarlo”, ovvero sottrarlo alle sanzioni amministrative e penali, nel caso fosse frutto di illeciti. Del resto, non si potrebbe fare altrimenti. Vi immaginate un governo che ordini l’apertura di ben 5 milioni di cassette di sicurezza – tante sarebbero quelle che custodiscono valori in Italia – per scovarne il contenuto? Sarebbe impraticabile e si presterebbe giustamente a ricorsi legali dei titolari per tutelare la loro riservatezza. E non sarebbe nemmeno un bene che ciò accadesse per il sistema Italia, in quanto accrescerebbe il potere delle banche nei confronti dei risparmiatori, non disponendo questi più di un’alternativa a strumenti potenzialmente rischiosi sulla base delle regole europee sui salvataggi.

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