Tanto oro per nulla, cosa fare con le riserve della Banca d’Italia

Vendere l'oro della Banca d'Italia o emettere bond che hanno come garanzia le riserve?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Vendere l'oro della Banca d'Italia o emettere bond che hanno come garanzia le riserve?

Pensate a un Paese, l’Italia, che ha un debito pubblico del 123% del pil e che vira decisamente al 126% l’anno prossimo (Debito pubblico italiano, perchè il boom è inarrestabile?). Pensate, poi, che sempre quel Paese ha, da circa un anno e mezzo, problemi con il costo di rifinanziamento del suo debito, dovuto al fatto che i mercati gli assegnano minore fiducia che in passato sulle capacità di fronteggiare in futuro la propria situazione finanziaria.  

Riserve oro Italia: il Tesoretto della Banca d’Italia

Manca poco che la montagna del debito italiano sfiori la soglia incredibile di 2.000 miliardi di euro, a fronte di una ricchezza annua prodotta di 1.600 miliardi circa. Mettete, poi, che sempre il nostro Paese ha da qualche parte riserve di ricchezza inutilizzate per almeno 160 miliardi. E quel posto si chiama Banca d’Italia, che detiene riserve di oro per 2.541 tonnellate, a cui vanno aggiunte riserve valutarie per 50,6 miliardi e le altre riserve in oro presumibilmente depositate all’estero. Verrebbe da chiedersi cosa abbia aspettato il governo italiano a vendere tutto questo ben di Dio, per alleggerire il suo debito. In effetti, in parte ci aveva provato nel 2009 il governo Berlusconi, che avrebbe voluto utilizzare le riserve di oro per finanziare la spesa pubblica. Ma fu pronta e immediata la reazione negativa dell’allora governatore di Via Nazionale, Mario Draghi, oltre che dell’ex numero uno di Francoforte, Jean-Claude Trichet, che ricordarono a Roma che l’oro depositato presso le banche centrali non è nella disponibilità dei governi nazionali, in quanto non di proprietà loro. In effetti, è così. Ed esiste pure un accordo, il Central Bank Gold Agreement, sottoscritto tra le banche centrali aderenti al Sebc (Sistema europeo delle banche centrali) e altri stati non UE, per cui le riserve di oro possono essere vendute nel limite massimo di 400 tonnellate all’anno e di 2.000 tonnellate nel quinquennio. L’accordo fu sottoscritto nel 1999 e scadrà a fine 2014. In più, un regolamento del Consiglio (08/05/2000, n.1010) stabilisce che la BCE possa annoverare tra le sue richieste e fino a un ammontare massimo di 50 miliardi anche le riserve auree, che dovrebbero così nel caso essere trasferite alla banca centrale di Francoforte dalle banche centrali nazionali. Tuttavia, nel caso italiano si tratterebbe di un conferimento massimo valutato in circa 6,3 miliardi, pari alla quota di capitale detenuta nella BCE dalla Banca d’Italia.

Vendere l’oro per abbattere il debito: ma sarà vero? 

Ma allora è possibile o no vendere l’oro per abbattere il debito? Un primo ragionamento è il seguente: se vendessimo tutto l’oro e ponendo di ricavare da esso 110 miliardi di euro, il debito scenderebbe di meno del 7% del pil. Risultato: non sarà cambiato granché nella percezione che i mercati avrebbero sul nostro livello di sostenibilità finanziaria. Ergo, la misura avrebbe certamente un impatto positivo, ma limitato. In più, nel caso sciagurato, ma mai in sé escludibile, che l’Italia un giorno anche lontano uscisse dall’euro, non avremmo più oro che fungesse da riserva per la nostra moneta nazionale. Ma l’ostacolo più grande è sempre procedurale: il governo non potrebbe disporre dell’oro della Banca d’Italia, a meno che non sia emanato finalmente il regolamento attuativo della legge sul Risparmio 265/2005, che di fatto ha previsto che lo stato italiano divenisse unico azionista di Via Nazionale. Regolamento mai attuato. Se così fosse, in qualità di istituto di diritto pubblico, l’oro di Bankitalia sarebbe vendibile da parte dello stato, anche se non per finanziare misure di spesa, stando alle direttive della BCE.  

Bond garantiti dall’oro: una strada meno rischiosa

Tuttavia, tra gli ambienti governativi e finanziari serpeggia un’idea più complessa, che potrebbe servire a dare maggiore valore alle riserve di oro in nostro possesso, ossia che lo stato emettesse bond pubblici garantiti dall’oro, che in questo modo potrebbero essere collocati sul mercato a rendimenti contenuti, mentre non sarebbe necessario nemmeno il trasferimento fisico del metallo prezioso. Infatti, lo stato italiano si impegnerebbe solamente a rimborsare i titoli al loro valore nominale con un corrispondente quantitativo (prefissato?) di oro, in caso di default. Questo garantirebbe allo stato italiano di emettere bond a rendimenti bassi, attenuando nel medio-lungo termine il costo del nuovo indebitamento. Lo stesso presidente della Consob, Giuseppe Vegas, ha quest’estate proposto di conferire sia l’oro, sia determinati immobili dello stato a un fondo, in grado poi di emettere obbligazioni con tripla A, a loro volta capaci di scontare sul mercato rendimenti simili a quelli della Germania, in quanto su titoli sicuri. In attesa che la finanza s’inventi qualcosa, vale la pena citare un esempio storico nemmeno troppo lontano nel tempo. Era il 1974 e il governo Rumor chiese alla Bundesbank un prestito da 2 mila miliardi di lire al tasso dell’8% (eravamo in piena crisi inflazionistica), in cambio della garanzia concessa dall’Italia su 500 tonnellate di oro, Francoforte avrebbe potuto fisicamente prendere fino a tale quantitativo di oro dalle casseforti di Bankitalia, qualora l’Italia non avesse in tutto o in parte onorato il suo debito. Così non fu, l’oro non venne ceduto, il prestito fu ripagato e malgrado le resistenze e le rimostranze dell’allora cancelliere Helmut Schmidt, tutti ne uscirono soddisfatti. Insomma, l’oro potrebbe fungere da collaterale, il che non sarebbe da poco, vantando la quarta più grande riserva di oro al mondo. Di recente, anche la Corte dei Conti in Germania ha chiesto un inventario delle 3.396 tonnellate di riserve in oro, che sarebbero depositate per i due terzi in banche centrali straniere, per via del timore, durante la Guerra Fredda, che i russi potessero occupare la Germania e mettere le mani su questa immensa ricchezza. Il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, ha cercato di sviare l’attenzione da questo dato, sostenendo che esistono cose più serie da fare che un inventario sull’oro tedesco. Non tutti, forse, la pensano esattamente come lui, se è vero che è proprio del German Council of Economic Experts la proposta di conferire a un fondo tutte le riserve di oro e altri beni (artistici, immobili, etc.), per quegli stati con un rapporto tra debito e pil superiore al 60%, limite previsto dal Trattato di Maastricht. In sostanza, l’eccesso di debito sarebbe garantito da queste risorse, le quali sarebbero restituite (liberate dal pegno), man mano che tale rapporto diminuisce e lo stato centra l’obiettivo. Peccato per la Germania che sarebbe rientrata tra i pignorati, avendo un debito all’83% del pil. Sarà stato per questo che il cancelliere Angela Merkel ha detto “nein”. Per concludere, titoli di stato coperti dalla garanzia di oro sarebbero una soluzione idonea a ridurre il costo dell’indebitamento, sgravando stabilmente i nostri conti pubblici. E non è detto che debba essere per forza lo stato ad emetterli, bastando che lo facesse un istituto di diritto pubblico, come la Banca d’Italia, appunto.

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Argomenti: Economia Italia