Tango Bond, l’Argentina annuncia un terzo piano di ristrutturazione del debito

Buenos Aires prepara le contromosse per evitare il default tecnico, dopo la sentenza di appello di New York. La Kirchner verso il ricorso alla Corte Suprema USA

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Buenos Aires prepara le contromosse per evitare il default tecnico, dopo la sentenza di appello di New York. La Kirchner verso il ricorso alla Corte Suprema USA

L’Argentina presenterà un terzo piano di ristrutturazione del 7% di quel debito nelle mani di creditori che non hanno accettato i concambi del 2005 e del 2010. Dopo il default dell’inizio 2002 da 100 miliardi di dollari, Buenos Aires presentò due proposte di ristrutturazione nel 2005 e nel 2010, che permisero ai creditori di ottenere in cambio dei cosiddetti “tango-bond” in loro possesso altri titoli con scadenza compresa tra 28 e 33 anni e subendo un taglio nominale del valore di rimborso tra il 70 e il 75% (“haircut”).

A queste due offerte non aderirono alcuni creditori, in particolare, fondi speculativi americani, titolari del 7% del debito complessivo. Alcuni di questi, in possesso dello 0,45% del debito, hanno presentato ricorso al Tribunale di New York, dove il giudice Thomas Griesa ha dato loro ragione lo scorso novembre. Pochi giorni fa, poi, la Corte di Appello di New York, composta dal presidente di nomina democratica e da altri due giudici repubblicani, ha confermato la sentenza di primo grado, condannando l’Argentina al pagamento dei debiti non contemplati nelle due offerte (Tango bond, Argentina condannata in appello ma non andrà in default). 

L’esborso per il governo di Buenos Aires sarebbe pari a 1,33 miliardi di dollari, ma la questione è ben più complessa, perché se dovessero applicarsi ai creditori recalcitranti condizioni favorevoli, rispetto a coloro che hanno accettato lo schema di ristrutturazione del debito, scatterebbe il pagamento di ulteriori 43 miliardi di dollari, da corrispondere a quanti avevano aderito alla prima offerta. Infatti, il prospetto indicava allora che qualsiasi proposta migliorativa per il creditore e accettata dallo stato argentino si sarebbe applicata agli aderenti. Di fatto, Buenos Aires sarebbe costretta a dichiarare per la seconda volta default, seppur in questo caso per un fattore tecnico.

Per questo, la presidenta Cristina Kirchner ha annunciato che farà ricorso alla Corte Suprema americana, al fine di vedersi annullata la sentenza di appello. Tuttavia, nel caso in cui Buenos Aires soccombesse ancora una volta, sarebbe pronto un terzo piano di ristrutturazione, per comprendere anche il residuo 7% dei creditori.

Ma la domanda a questo punto è la seguente: perché mai questi ultimi dovrebbero accettare le stesse condizioni applicate al 93% del debito ristrutturato, quando non lo hanno fatto negli anni passati e, soprattutto, ora che si trovano in possesso di una sentenza che da loro ragione?

O il terzo piano della Kirchner è un bluff o contempla previsioni migliorative per tutti i creditori, ma in questo caso, mettendo a rischio i conti pubblici, già investiti da una crisi preoccupante. Il governo ha annunciato, ad esempio, che attingerà alle riserve in valuta straniera per racimolare i 2,5 miliardi di dollari necessari a rimborsare titoli in scadenza alla fine del 2013. In particolare, tra sei mesi arrivano a scadenza 2,2 miliardi di dollari e altri 4 miliardi si aggiungeranno nel corso del 2014. Vero è che il debito pubblico è sceso dal 105% del 2003 al 13% del 2013, grazie alla ristrutturazione, ma a maggio la Banca centrale argentina godeva di appena 38,8 miliardi di dollari di valuta, sufficienti a consentire le importazioni per soli alcuni mesi. Tanto che il governo ha introdotto limitazioni al cambio di pesos in dollari e altri provvedimenti amministrativi, tesi a impedire l’esportazione di moneta all’estero.

Che i mercati siano nervosi, lo dimostra anche l’impennata dei rendimenti dei ventennali a oltre il 15%, mentre la Bank of New York Mellon, che opera come trustee per l’Argentina, ha fatto sapere che non potrà rifiutare le richieste di pagamento delle controparti, nel caso in cui queste fossero avanzate, in forza della sentenza di appello.

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Argomenti: Altre economie, default Argentina, haircut

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