Il taglio delle tasse di Trump per famiglie e imprese USA si fa concreto

Il taglio delle tasse in America prende corpo. Aliquote attese in calo per famiglie e imprese, con novità rilevanti su detrazioni fiscali e utili all'estero. E il presidente Trump non vorrebbe adottare la misura protezionistica suggerita dal Congresso.

di , pubblicato il
Il taglio delle tasse in America prende corpo. Aliquote attese in calo per famiglie e imprese, con novità rilevanti su detrazioni fiscali e utili all'estero. E il presidente Trump non vorrebbe adottare la misura protezionistica suggerita dal Congresso.

Il dossier tasse entra nel vivo alla Casa Bianca e il taglio delle aliquote promesso in campagna elettorale inizia a farsi finalmente concreto, dopo mesi di annunci e ipotesi. Stando al segretario al Tesoro, Steve Mnuchin, la riforma fiscale dovrebbe essere varata dal governo USA entro il mese di agosto, ma sta di fatto che il presidente Donald Trump intenderebbe concludere i suoi primi 100 giorni dall’insediamento con un annuncio concreto.

E se le indiscrezioni delle ultime ore si rivelassero veritiere, saremmo dinnanzi a una netta inversione di tendenza rispetto alla storia recente, nonché al taglio delle tasse più ingente dall’era Reagan.

Iniziamo dalle imprese. La “corporate tax”, come promesso da Trump in campagna elettorale, dovrebbe scendere dal 35% attuale al 15%. E non è tutto, perché verrebbe introdotta un’aliquota una tantum del 10% sugli utili rimpatriati. Ad oggi, le società americane si vedono tassati i profitti del 35% anche per quelli maturati all’estero. Questi ultimi, però, scontano l’aliquota fiscale solo con l’ingresso negli USA, ragione per cui si stima che le corporations a stelle e strisce deterrebbero fuori dai confini nazionali utili per non meno di 2.600 miliardi di dollari. Una grossa parte di questi potrebbe essere rimpatriata, approfittando della bassa aliquota applicata dal governo. La sola Apple avrebbe un decimo di tutti i profitti americani detenuti all’estero. (Leggi anche: Il taglio delle tasse promesso da Trump piega oro e Treasuries)

Abbandonata l’ipotesi border tax?

Il gettito derivante dal rimpatrio potrebbe essere destinato al piano infrastrutturale voluto dal presidente Trump. Nell’ipotesi (poco verosimile) che tutti i 2.600 miliardi di utili giacenti nel resto del mondo venissero riportati dentro i confini nazionali, l’amministrazione di Washington si troverebbe a disposizione qualcosa come 260 miliardi, oltre un quarto della cifra massima promessa come stanziamento pluriennale in infrastrutture pubbliche.

Per incentivare il rimpatrio, lo speaker repubblicano Paul Ryan ha anche avanzato la proposta di tassare i profitti detenuti all’estero in forma di cash con aliquota dell’8,75%, del 3,5% se investiti diversamente. Non farebbe parte del piano di riforma fiscale del governo, invece, la “border tax”, anch’essa caldeggiata da Ryan, che consisterebbe nel consentire alle imprese americane di detrarre i costi relativi ai beni prodotti in loco, ma non relativamente a quelli importati.

L’obiettivo della misura sarebbe l’incoraggiamento delle esportazioni e il disincentivo alle importazioni, ma Trump l’ha sempre trovata un’ipotesi farraginosa, mentre i governi stranieri la considerano una forma di protezionismo mascherata, in grado di provocare una guerra commerciale. Da questo punto di vista, la Casa Bianca tenderebbe la mano alle altre cancellerie, anche se per ragioni avulse dal dibattito sul protezionismo in sé. (Leggi anche: Taglio tasse targato Trump tra Harley Davidson e minaccia di dazi)

Piccole imprese beneficiate

Le novità in fatto di tasse non si fermerebbero qui. Verrebbero ricondotte ad aliquota del 15% anche i profitti cosiddetti “pass-through”, ovvero quelli maturati dalle società di persone, generalmente di piccole dimensioni, ma che nei fatti arrivano spesso a realtà gigantesche, come lo stesso impero real estate di Trump. Così facendo, si razionalizzerebbe il sistema di tassazione e si risolverebbe uno dei problemi più avvertiti dai piccoli businessmen americani, ovvero quello di dovere spesso pagare le imposte su profitti mai riscossi e che vengono ad oggi colpiti con le stesse aliquote gravanti sul reddito delle persone fisiche a un massimo del 39,6%.

Ipotizziamo, ad esempio, che Tizio sia socio di un’impresa che in un dato esercizio ha chiuso il bilancio con un milione di dollari di utile, ma che non ne ha distribuito nemmeno un centesimo. Formalmente, tale profitto dovrebbe scontare un’aliquota del 39,6%, ovvero il fisco dovrebbe riscuotere dai soci pro-quota 396.000 dollari, ma nel caso di mancata o parziale distribuzione di dividendi, i soci dovrebbero metter mano al portafoglio senza avere ancora visto il becco di un quattrino.

Meno detrazioni, ma tasse più basse

Infine, novità anche per le famiglie. S’ipotizza un aumento della cosiddetta “no tax area”, oggi pari a 6.300 dollari per i singoli contribuenti e a 12.600 dollari per le coppie che fanno la dichiarazione congiunta dei redditi.

Negli USA, si chiama “deduzione standard” e potrebbe essere portata rispettivamente a 15.000 e 30.000 dollari, un’ipotesi che razionalizzerebbe anche in questo caso il sistema di pagamento delle tasse. Infatti, sono ad oggi 45 milioni i contribuenti americani che si avvalgono delle numerosissime detrazioni fiscali concesse dagli interessi sui mutui alle donazioni.

Chi si avvale della deduzione standard, però, non può anche successivamente fare richiesta di detrarre le spese ammissibili. Elevando la prima, si stima che almeno 27 milioni di contribuenti rinuncerebbero alle detrazioni per singolo capitolo di spesa e si avvarrebbero della “no tax area”, sostanzialmente semplificando per il fisco le procedure per il calcolo delle imposte dovute. (Leggi anche: Taglio tasse in America opportunità o minaccia per l’Europa)

Lo scambio in atto con il Congresso

In generale, Trump punta a tagliare la giungla delle detrazioni fiscali, abbassando l’aliquota a carico di famiglie e imprese. A potere subire svantaggi sarebbero le industrie farmaceutiche e le compagnie petrolifere e del gas, che grazie a un generosissimo sistema di detrazioni fiscali, hanno pagato mediamente nel 2017 il 7-8% di imposte sugli utili maturati, quando una società di costruzioni o un grossista alimentare hanno versato al fisco il 34% dei loro profitti. Insomma, un travaso di benefici da alcune categorie ad altre, ma che si rende necessario per rende sostenibile ed efficiente la riforma fiscale firmata Trump.

Giungere all’approvazione al Congresso, però, non sarà una passeggiata. Il fronte dei cosiddetti “conservatori fiscali” in seno al Partito Repubblicano chiede che la riforma sia “neutrale”, ovvero che non implichi un calo del gettito nei prossimi anni. Il solo taglio delle aliquote alle imprese, invece, innalzerebbe il debito pubblico americano di 2.000 miliardi di dollari in 10 anni, se non coperto finanziariamente, tranne che le dimensioni dell’economia USA aumentassero del 5%. Un compromesso Trump lo dovrà trovare con il proprio stesso partito, anche se con l’attacco missilistico in Siria sarebbe iniziato uno scambio in corso tra tematiche apparentemente così lontane, ma che alla fine viaggiano su binari destinati a incontrarsi.

(Leggi anche: Attacco USA in Siria, le 3 vere ragioni per cui Trump ha lanciato missili contro Assad)

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: ,
>