Taglio delle tasse: prima aliquota Irpef al 20%? La Lega punta sulla riforma fiscale

Il taglio dell'Irpef è la promessa sulla quale Matteo Salvini intende scommettere per la prossima manovra finanziaria, con un occhio alle elezioni europee. Ecco le opzioni in campo.

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Il taglio dell'Irpef è la promessa sulla quale Matteo Salvini intende scommettere per la prossima manovra finanziaria, con un occhio alle elezioni europee. Ecco le opzioni in campo.

Le macchine elettorali dei partiti scaldano i motori, in vista della campagna per le europee del 26 maggio. E per il governo saranno mesi intensi sul fronte dell’economia, con il pil in calo e i venti di crisi che soffiano forte dalla Cina, minacciando la fragile tregua sui conti pubblici siglata dall’Italia con la Commissione europea alla fine dello scorso anno.

Ma, soprattutto, i rapporti di forza nella maggioranza si sono ribaltati sul piano del consenso. Adesso, è la Lega ad essere diventata primo partito italiano. I sondaggi danno la formazione di Matteo Salvini mediamente intorno a un terzo dei voti, almeno 7 punti in più rispetto agli alleati del Movimento 5 Stelle. Serve mettere a frutto tale consenso, specie dopo che l’asse della prima manovra finanziaria varata dai giallo-verdi si è caratterizzato per un occhio di riguardo fin troppo evidente nei confronti dell’assistenza.

Reddito di cittadinanza e flat tax, l’effetto sui consumi sarà tutto da provare

La crescita economica, però, non si sprona a colpi di reddito di cittadinanza e la stessa quota 100, per quanto si rivelerebbe utile per liberare posti di lavoro in favore dei più giovani nel settore pubblico e (un po’ meno) in quello privato, in sé non rilancia certo né i consumi, né la produzione, né tantomeno gli investimenti. E così, dalle parti del Carroccio si fa avanti l’idea di un taglio delle tasse, partendo dalla riduzione della prima aliquota Irpef dal 23% al 20%. Il costo dell’operazione ammonterebbe a quasi 12,5 miliardi di euro. E già questo dato costituisce un primo grosso ostacolo, visto che da qui a settembre/ottobre il Tesoro dovrà reperire altri 23,5 miliardi per sventare le clausole di salvaguardia, altrimenti le aliquote IVA salirebbero e colpirebbero fatalmente i consumi.

Il problema politico più consistente sarebbe, in verità, un altro: i benefici individuali percepiti dai contribuenti sarebbero bassi. Il costo verrebbe spalmato, infatti, tra una vasta platea di almeno 25 milioni di persone, quelle che dichiarano negli ultimi anni redditi superiori ai 7.500/8.000 euro l’anno e che, pertanto, sono tenuti a versare un’Irpef positiva.

In media, il beneficio sarebbe di una quarantina di euro al mese. Pochi non sarebbero, ma il punto è che la percezione media sarebbe frutto di esiti assai diversi, a seconda dei redditi dichiarati. Facciamo qualche esempio: chi oggi dichiara un reddito lordo di 20.000 euro è tenuto a versare allo stato 2.930 euro di Irpef. Se la prima aliquota scendesse al 20%, il versamento sarebbe di circa 210 euro in meno, circa l’1% del reddito dichiarato.

Esempio di beneficio fiscale con il taglio Irpef

Vediamo il caso di un contribuente che dichiari 40.000 euro, al netto degli oneri deducibili. Oggi paga quasi 9.650 euro, con il taglio della prima aliquota risparmierebbe sempre 210 euro, ma a fronte di un reddito doppio, quindi, il beneficio percepito si ridurrebbe allo 0,5% del totale dichiarato. Si rischia, cioè, di investire ingenti risorse per risultati politici non immediati e nemmeno consistenti.

La recessione in Italia c’è già, serve solo il taglio delle tasse

Del resto, dove prendere gli oltre 12 miliardi che servirebbero a finanziare il taglio delle tasse? Una possibile soluzione sarebbe di eliminare o abbattere il bonus Renzi. Gli 80 euro al mese, che tutti i lavoratori dipendenti percepiscono in più in busta paga sin dal maggio del 2014, vengono ormai considerati dai beneficiari una conquista quasi intoccabile, ma trattasi formalmente di una detrazione fiscale in somma fissa per tutti i redditi compresi tra poco più di 8.000 e 24.000 euro lordi annui, mentre tra i 24.000 e i 26.000 euro diminuisce gradualmente fino ad azzerarsi. Il suo costo è di 10 miliardi di euro all’anno, in grado quasi da sola di finanziare il più stabile taglio dell’Irpef. Tuttavia, eliminare il bonus Renzi implicherebbe colpire le fasce di reddito medio-basse, le quali solo parzialmente verrebbero compensate dal taglio della prima aliquota.

Anche in questo caso, vediamo un esempio: il contribuente di cui sopra che dichiara 20.000 euro si troverebbe a risparmiare 356 euro, ma perdendo 960 euro del bonus. Al netto, verrebbe danneggiato di 600 euro, 50 al mese. Nessun contribuente che oggi percepisca gli 80 euro verrebbe mai beneficiato, al netto, dal taglio dell’Irpef al 20%, nemmeno chi dichiarasse il limite dei 24.000 euro per riscuotere il bonus integralmente.

In quel caso, la perdita annua ammonterebbe a 484 euro, pari a oltre 40 al mese. Dunque, la soluzione ipotizzata sarebbe tecnicamente più che possibile, persino auspicabile per rendere il sistema fiscale più efficiente, ma politicamente non sostenibile. Semmai, si potrebbe optare per l’introduzione di una clausola di salvaguardia, per cui nessun contribuente fino ai 24.000 euro dovrebbe pagare più Irpef rispetto ad oggi, tra taglio dell’aliquota e riduzione del bonus. Resta il fatto che la misura non avrebbe implicazioni positive nette per la gran parte dei contribuenti. E il numero in politica fa la forza.

Taglio delle tasse urgente

Altre possibili soluzioni arriverebbero dallo sfoltimento della giungla delle cosiddette “tax expenditures”, le detrazioni fiscali che gravano sulle casse dello stato per decine di miliardi all’anno, in termini di mancato gettito. Il governo vorrebbe mantenere con certezza solo quelle legate ai redditi da lavoro e pensioni e legate alle ristrutturazioni degli immobili, forse anche agli interessi sui mutui. Abbatterle significherebbe innalzare il monte-Irpef da versare, ma se nel frattempo si tagliasse la prima aliquota, sul piano macro si terrebbe almeno inalterata la pressione fiscale, pur con effetti variabili da contribuente a contribuente, a seconda che si beneficiasse o meno della detrazione tagliata. Il problema principale di questa opzione sta nell’ingiustizia che si verrebbe a creare nel caso di detrazioni introdotte negli anni passati per incentivare l’acquisto di questo o quel bene durevole (mobili, elettrodomestici, etc.) e che non sarebbero più usufruibili, contravvenendo all’impegno dello stato nei confronti del contribuente. Si eviterebbe tutto questo con una soppressione graduale, ma ciò ridurrebbe le risorse immediatamente disponibili per fare cassa.

Uscendo dall’ottica più prettamente politica, il taglio dell’Irpef sarebbe persino urgente. Anzi, servirebbe con tutta onestà tagliare al contempo pure le aliquote più elevate, così da spronare gli investimenti e stimolare la stessa crescita dei redditi, disincentivando l’evasione fiscale.

Per ragioni di bilancio, probabilissimo che ci si fermerà tutt’al più alla prima aliquota. Abbiamo bisogno di meccanismi incentivanti per la creazione della ricchezza, dopo una manovra impostata tutta sulla sua redistribuzione, quando le risorse erano già molto scarse e l’economia stava entrando in recessione. Serve rimediare all’errore commesso. Nel caso non fosse possibile farlo come sopra spiegato, l’ipotesi più fattibile sarebbe di tassare al 20% i soli redditi incrementali, almeno fino a un certo ammontare, se non tutti.

Trattasi di una misura a costo zero. In pratica, Tizio pagherà il 20% del suo maggiore reddito dichiarato, per cui lo stato non perderebbe nulla, anzi incentiverebbe i datori di lavoro e i rappresentanti dei lavoratori a trovare un accordo sugli aumenti retributivi, di fatto riducendo le distanze tra quanto i primi sarebbero disposti a concedere (al lordo delle imposte) e quanto i secondi pretenderebbero. Sarebbe il primo significativo passo per tagliare finalmente quel mostruoso cuneo fiscale, che s’insinua tra impresa e lavoratore e rende poco dinamico e appetibile il mercato del lavoro italiano, aumentando istanze assistenziali, come il reddito di cittadinanza; perché se il lavoro rende poco, starsene a casa a percepire un assegno senza far niente inizia a diventare interessante, almeno fino a quando vi saranno milioni di lavoratori dipendenti e autonomi disposti a pagare per mantenere questo sistema.

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