Taglio delle tasse, boom economico e disoccupazione al 5,6%. Sapete dove accade?

C'è un paese lontano dall'Italia, che ha tagliato in questi anni le tasse, la spesa pubblica e ha alzato i tassi per combattere la crisi, raccogliendo risultati straordinari, tanto che pochi giorni fa, il governo uscente è stato premiato alle urne.

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Da quando è esplosa la crisi finanziaria del 2008, sembra che siano saltati gli schemi politici a cui eravamo abituati, tanto che diventa sempre più difficile distinguere tra politiche economiche di destra e di sinistra, apparendo l’Occidente un blocco indistinto (o quasi) di governi favorevoli a sostenere l’economia con maggiore spesa pubblica, a regolamentare i mercati, ad alzare la pressione fiscale per coprire gli enormi buchi di bilancio, a tenere i tassi di interessi vicini allo zero per pompare liquidità nel circuito economico. Eppure, c’è un paese che in questi anni ha fatto esattamente il contrario e i cui risultati ottenuti sembrano più che soddisfacenti: è la Nuova Zelanda. Questo piccolo stato di 4,5 milioni di abitanti si trova agli antipodi rispetto all’Italia, vicino all’Australia, e stranamente ha anche la forma di uno stivale rovesciato. Dando uno sguardo alla sua economia, capiamo che ciò esprime la metafora dell’antitesi rispetto al nostro modo di gestire l’economia. Già negli anni Settanta, prima ancora che il Regno Unito fosse rivoluzionato dalle ricette economiche di Margaret Thatcher e gli USA da quelle di Ronald Reagan, la Nuova Zelanda trasformava la sua economia fortemente statalista in un modello di libero mercato, coniando il termine di “Rogernomics”, dal nome del ministro delle Finanze del tempo, Roger Douglas, un laburista, che deregolamentò i mercati finanziari e dimagrì il peso del governo in economia. La scorsa settimana, il National Party del premier John Key ha rivinto le elezioni politiche con il 48% dei voti, sfiorando la maggioranza assoluta dei seggi. L’opposizione laburista aveva proposto un aumento delle tasse e ha raccolto solo il 25%. Non capita spesso di questi tempi che un governo uscente venga premiato, ma leggendo quanto ha fatto in piena crisi Key si capisce il perché. Nel 2010, quando la recessione era da pochissimi mesi terminata in gran parte dell’Occidente, il governo conservatore neozelandese tagliava l’aliquota più alta sui redditi dal 38% al 33% (al 43% in Italia), mentre alzava l’IVA dal 12,5% al 15%. E nel tempo sono state tagliate tutte le aliquote sui redditi, così come l’imposta sui profitti delle società è stata abbassata di due punti. Per finanziare il taglio delle tasse, il governo di Wellington ha in parte tagliato la spesa pubblica, sperando che l’aumento della ricchezza prodotta dalle misure portasse a un automatico aumento del gettito fiscale. Il risultato è che insieme a Corea del Sud e Svizzera, oggi la Nuova Zelanda è l’unico paese dell’Ocse che si attende di centrare il pareggio di bilancio. Nel frattempo, i tassi sono stati alzati quattro volte al 3,5%, un’enormità rispetto al nostro 0,05%, a dimostrazione che non è la politica monetaria ultra-espansiva a creare ricchezza. Perché se l’Eurozona stenta a crescere quest’anno e l’Italia vivrà quasi certamente il suo terzo anno consecutivo di recessione (il quinto dallo scoppio della crisi), il pil dello stato oceanico aumenterà quest’anno del 3,9%, mentre la disoccupazione è al 5,6%, 7 punti in meno rispetto all’Italia. E che dire della spesa pubblica, al 32% in Nuova Zelanda, quando in Italia siamo a cavallo del 50% del pil? Un altro mondo, come dimostra anche il ranking sulla competitività globale: se noi siamo al 49esimo posto, la patria dei kiwi è al quinto.   APPROFONDISCI – Classifica competitività: l’Italia è dietro a Portogallo, Malta e Turchia. Male il governo

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