Il taglio dei tassi in Brasile sembra certo domani, ma a cosa guardare?

Il Brasile chiamato all'ennesimo taglio dei tassi in meno di un anno, sostenuto da un'inflazione ai minimi dal 1999. La politica complica, però, i piani della banca centrale.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il Brasile chiamato all'ennesimo taglio dei tassi in meno di un anno, sostenuto da un'inflazione ai minimi dal 1999. La politica complica, però, i piani della banca centrale.

Per l’ottava volta dall’ottobre scorso, la banca centrale brasiliana domani dovrebbe tagliare i tassi d’interesse, noti anche come Selic, dall’attuale livello del 9,25%. Sull’entità di tale riduzione, tuttavia, non c’è unanimità di vedute tra gli analisti. Negli ultimi 11 mesi, l’istituto attualmente retto dal governatore Ilan Goldfajn ha abbassato il Selic di 500 punti base in tutto, ma resta da vedere se l’allentamento monetario sarà di 100 o 50 bp. In questo secondo caso, segnalerebbe la riduzione del ritmo di abbassamento dei tassi, preludio alla conclusione del ciclo espansivo. (Leggi anche: Brasile polveriera politica)

L’inflazione è scesa a luglio al 2,7%, ma secondo un sondaggio Reuters, ad agosto avrebbe ulteriormente decelerato al 2,6% su base annua, il livello più basso degli ultimi 18 anni, ben al di sotto del target della banca centrale, che consiste in un tasso del 4,5% con un margine di flessibilità in alto e in basso del 2%. Ai livelli attuali, nonostante i poderosi tagli, i tassi reali in Brasile non sarebbero più bassi di quelli di un anno fa, quando l’inflazione toccava il 9%. Allora, infatti, si attestavano sopra il 5%, oggi intorno al 6,5%, ovvero al netto dell’inflazione, oggi i tassi brasiliani sono più alti di oltre 100 bp.

Fino a quale livello scenderanno? Si consideri che il minimo storico è stato del 7,25% a cui sono stati portati nell’ottobre del 2012, quando l’inflazione tendeva, però, al 6% annuale. In altre parole, la politica monetaria è stata di gran lunga meno restrittiva negli anni passati, ragione principale del tracollo del cambio da una parte (era di un terzo più forte dei livelli attuali e arrivò a perdere il 50% nei seguenti meno di 3 anni e mezzo) e dell’impennata dei prezzi dall’altra.

Tassi reali più bassi dopo le elezioni?

Il taglio dei tassi in Brasile dovrebbe sostenere la ripresa dell’economia, che nel secondo trimestre è cresciuta di appena lo 0,1% rispetto al primo. Nel biennio 2015-2016, il pil è diminuito di circa 7 punti e mezzo e il recupero appare lento. In buona parte, esso dipende dalla fiducia riposta dai mercati sulla capacità della politica nazionale di riformare l’economia in senso più favorevole al business. Su questo punto, il ritorno alle tensioni negli ultimi mesi non aiuta a guardare al futuro con grande fiducia. L’agenda delle riforme sembra essere stata chiusa dal Congresso e non dovrebbe riaprirsi prima delle prossime elezioni di fine 2018. Nemmeno il capitolo spinoso delle pensioni dovrebbe venire affrontato prima di quella data, ora che il presidente Michel Temer è tornato nel mirino dei giudici per presunti casi di corruzione, a distanza di appena un anno dall’impeachment di Dilma Rousseff.

Poiché l’inflazione è legata essenzialmente alle variazioni del cambio e queste a loro volta dipendono dal clima di fiducia verso la politica brasiliana, la cautela alla banca centrale resta d’obbligo. Basta poco per provocare una fuga dal real, cosa che surriscalderebbe i prezzi interni e ridurrebbe gli spazi di manovra sui tassi. Per questo, prima delle prossime elezioni, è poco probabile che i tassi reali vengano tagliati a livelli molto più bassi di quelli attuali. Goldfajn deve riservarsi un margine per ammortizzare una possibile risalita dell’inflazione con la ripresa economica e/o le nuove possibili tensioni finanziarie a ridosso del voto. (Leggi anche: Mercati troppo ottimisti sul Brasile?)

 

 

 

 

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Argomenti: Altre economie, Crisi Brasile, Crisi paesi emergenti, economie emergenti, valute emergenti