Tagli pensioni, servono a tappare il buco nero dell’Inps a rischio default

Per ora il sistema previdenziale italiano tiene, ma non durerà a lungo ai ritmi demografici previsti dall’Ocse. La Corte dei Conti lancia l’allarme bolla previdenziale dopo la fusione con l’Inpdap

di Mirco Galbusera, pubblicato il
Per ora il sistema previdenziale italiano tiene, ma non durerà a lungo ai ritmi demografici previsti dall’Ocse. La Corte dei Conti lancia l’allarme bolla previdenziale dopo la fusione con l’Inpdap

  Del doman non v’è certezza. Ma del presente sì. L’allarme recentemente lanciato dalla Corte dei Conti sulla tenuta del sistema pensionistico italiano non è da sottovalutare. Per niente. Le “crescenti forme di precarietà del mercato del lavoro, nei posti e nelle retribuzioni, che incidono sui futuri trattamenti pensionistici, soprattutto per le fasce più deboli (giovani e donne)” – si legge nel rapporto sull’Inps – “avranno riflessi su adeguatezza delle prestazioni e sostenibilità sociale del sistema”. A rincarare la dose ci pensa, poi, la Banca d’Italia la quale prevede che nel 2012 almeno 1/3 delle aziende chiuderà coi bilanci in rosso e qualcosa come 3 milioni di partite Iva, per la maggior parte artigiani e commercianti, verranno cancellate con preoccupanti effetti sul futuro gettito contributivo per le casse dell’Inps. Tradotto: non ci saranno più soldi per pagare gli assegni. Basta guardare quello che è successo in Grecia per farsi un’idea. Ma il Presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua, uomo da oltre 1 milione di euro all’anno di retribuzione per i vari incarichi che ricopre, e il commovente Ministro del Welfare Elsa Fornero ci dicono che non è vero, che il sistema previdenziale è in equilibrio, nonostante l’Inps abbia dovuto ingoiare l’ex istituto nazionale per i dipendenti pubblici (Inpdap) che portava in dote un deficit da 5,8 miliardi di euro. Cifra che è stata spesa per le pensioni dei dipendenti civili e militari dello Stato senza che realmente vi fossero in cassa.   L’Inps incorpora l’Inpdap per nascondere 5,8 miliardi di deficit   Così, con questa pianificata operazione contabile si cerca di nascondere ancora una volta la polvere sotto il tappeto, come avvenuto in passato per lo SCAU, il servizio per i contributi agricoli unificati, o per l’Inpdai che gestiva il fondo dirigenti d’azienda. Tutti con le casse vuote. Per effetto l’Inps chiuderà il bilancio 2012 in rosso di 8 miliardi di euro, se va bene, e il patrimonio ne verrà fuori quasi dimezzato (da 41 a 25 miliardi). E questo, senza considerare l’altro grosso problema: il rapporto fra lavoratori e pensionati: i primi (che pagano i contributi) diminuiscono ogni giorno, mentre i secondi (che usufruiscono delle prestazioni) aumentano. Un fenomeno più evidente fra i dipendenti pubblici e imputabile al blocco del turn over, ma soprattutto alla scellerata introduzione del sistema pensionistico in regime retributivo da politicanti e sindacati sessantottini e che il governo Dini è riuscito a sopprimere solo 25 dopo. Ma era già tardi. Ovviamente di tutto ciò i media non parlano e il governo dei professori continua a smentire per non creare allarmismo con l’intenzione, come da consuetudine tutta italiana, di scaricare poi la patata bollente a chi verrà dopo. L’allarme è stato lanciato anche dal CIV (Consiglio di Indirizzo e Vigilanza Inps) lo scorso mese di Ottobre sollecitando adeguati interventi correttivi da parte del governo per sanare il disavanzo economico e patrimoniale e garantire la sostenibilità della spesa pensionistica. Ma il CIV non conta nulla nell’era dei giornali al servizio dei partiti e dei gruppi di pressione. Conta il presidente dell’Inps, in rappresentanza dell’Istituto e di tutto il carrozzone che ci gira intorno (nominato dal Presidente della Repubblica su proposta dei partiti) che ultimamente è riuscito a dedicare parte del suo prezioso tempo alle comparse televisive per spiegare agli italiani la verità. Ma non tutta.   Inevitabile il taglio delle pensioni   Il tempo è denaro, si sa. Finora i tecnici del governo Monti hanno tagliato il tempo, quello rimanente per godersi la tanto agognata pensione (ammesso che uno ci arrivi), ma presto passeranno al denaro. E’ solo una questione di tempo e nemmeno tanto. Un’anticipazione è già arrivata quest’anno col blocco delle rivalutazioni delle pensioni secondo l’indicizzazione Istat. Ma la prossima mossa vedrà il calo della mannaia sui trattamenti pensionistici in corso, come accaduto in Grecia e come sta succedendo in Spagna. E’ inevitabile, perché la misura è colma e non più rinviabile stante la mega bolla del debito pubblico che incombe minacciosa su tutti noi, pronta a esplodere da un momento all’altro. Quindi, niente più pensioni d’oro o vitalizi, ma nemmeno rendite statali erogate a dismisura, già liquidate ad arte col vecchio sistema retributivo. Minori entrate corrisponderanno per forza di cose a minori uscite, è matematico, non si può più barare. La verità va detta subito! D’altronde se il gettito contributivo continua a calare, a causa di una crisi economica epocale, dove si andranno a prendere i soldi? E già la situazione è in precario equilibrio e nessuno si è preoccupato di metterla in sicurezza a tempo debito. Attualmente l’Inps – si apprende dalla relazione inviata alla Corte dei Conti – amministra 40 fondi pensione e quasi tutti sono in perdita da 1,4 a 2,3 miliardi di euro l’anno. Una perdita che solo parzialmente viene compensata dalla gestione per le prestazioni temporanee e per quella dei parasubordinati o dei lavoratori atipici (figure professionali create ad hoc dall’ex Ministro del welfare Roberto Maroni che nel 2006 diede il meglio di sé con la legge 848). Tuttavia, con un tasso di disoccupazione che galoppa allegramente verso l’11%, quanto potrà durare questo precario sostegno contributivo? Gravosi, invece, i passivi degli autonomi (artigiani, commercianti, agricoli) e del fondo per il lavoratori dipendenti, appesantito dai dissesti dei dirigenti aziendali e dai dipendenti dell’elettricità, dei trasporti e delle telecomunicazioni, per non parlare della gestione del fondo dei lavoratori pubblici. Ma quel che è peggio e che fa capo alla componente assistenziale non è ancora stato messo a fuoco poiché nessuno vuole ammetterne il fallimento.   Ritmi di crescita ridotti e allungamento della vita porteranno al dissesto dell’Inps   A chi si illude che abbiamo toccato il fondo diciamo subito che al peggio non ce mai fine. Il tasso di invecchiamento della popolazione italiana è uno dei più alti al mondo e le previsioni di lunghissimo periodo – diffuse la scorsa settimana dall’Ocse – proiettano al 2030 una composizione della popolazione fatta per il 40% da ultra65enni. A fronte di tale evoluzione demografica, il Pil italiano rallenterà al ritmo medio dell’1,3% annuo mentre la spesa pensionistica è destinata a salire derivandone un disavanzo sempre più grande per la tenuta dei conti dell’Inps, basati finora su ritmi di crescita ben più alti. Le crescenti forme di precarietà del mercato del lavoro porteranno a pensioni da fame soprattutto per le fasce più deboli, come giovani e donne, ma anche a un’assistenza di base ridotta al lumicino se l’apporto contributivo continuerà a calare. Cosa fare allora? Come sostiene il Movimento 5 Stelle, occorre tagliare subito la spesa pensionistica calcolata sul sistema retributivo là dove genera ingiusto arricchimento, non più sostenibile con i ritmi di crescita attesi, ponendo un tetto massimo alle rendite. Bisogna anticipare l’entrata a regime della riforma Dini del 1995 (anche se è già tardi), sopprimere i vitalizi della casta politica e rendere incumulabili gli assegni pensionistici per fasce di reddito. Solo in questo modo si potranno rimettere in ordine i conti prima del baratro. Ma i dirigenti sindacali e dei partiti tradizionali, che ancora basano il loro consenso sulla difesa a spada tratta dei pensionati,  non la vogliono capire.

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Argomenti: Economia Italia