Svezia e Svizzera due canarini in miniera per l’Europa, preannunciano crisi dall’export

Le esportazioni stanno rallentando e Svezia e Svizzera sono già le prime vittime della debole congiuntura mondiale, annunciando rischi per l'Eurozona.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Le esportazioni stanno rallentando e Svezia e Svizzera sono già le prime vittime della debole congiuntura mondiale, annunciando rischi per l'Eurozona.

L’amministrazione Trump torna a minacciare l’imposizione di dazi sulle auto importate dal resto del mondo, Cina e Unione Europea comprese, a maggior ragione dopo che General Motors ha annunciato un maxi-taglio di 14.000 posti di lavoro in 5 stabilimenti del Nord America. Chi pensava che la Casa Bianca scherzasse sulla volontà di riscrivere le regole del commercio mondiale ha dovuto ricredersi negli ultimi mesi. Sinora, il gioco è stato duro particolarmente con Pechino, anche se il peggio per la seconda economia mondiale arriverebbe nel caso di flop dei colloqui tra Donald Trump e Xi Jinping al G20 in Argentina di questo fine settimana. In quel caso, Washington sarebbe pronta a innalzare le tariffe su prodotti Made in China per un controvalore di 200 miliardi di dollari di importazioni annue. Seguirebbero chiaramente le ritorsioni cinesi e tutto questo farebbe male particolarmente all’economia del Vecchio Continente, che pur essendo ricca e matura, risulta trainata dalle esportazioni, contrariamente agli USA.

I primi segnali negativi vi sono tutti. La Germania ha visto contrarsi il pil per la prima volta da inizio 2015 nel terzo trimestre, quando è diminuito dello 0,2% rispetto al secondo trimestre. La causa del ripiegamento è dovuta al crollo della produzione di auto, legato al mancato adeguamento tempestivo del comparto alle nuove regole sulle emissioni inquinanti. Insomma, si tratterebbe forse solo di un calo temporaneo, il rischio di recessione per la prima economia europea verrebbe scongiurato. Ma se Trump colpisse proprio l’automotive tedesco, lo scenario sarebbe molto meno rassicurante per Berlino. La Germania registra un surplus commerciale annuo nell’ordine medio dei 250 miliardi di euro, praticamente quasi l’8% del suo pil. Dunque, i tedeschi sono grandi esportatori e tutto ciò che indebolisce la congiuntura internazionale e il commercio mondiale non fa che ripercuotersi negativamente sulla loro economia.

Ma la Germania non è l’unica esportatrice netta d’Europa. Lo è anche l’Italia con un surplus medio annuo di quasi il 3% del pil. E altre economie solide, come Svezia e Svizzera stanno inviando segnali allarmanti proprio al resto del club degli esportatori. Entrambe hanno visto contrarsi i rispettivi pil dello 0,2% nel terzo trimestre, giù da +0,5% e +0,7% rispettivamente segnati nel secondo trimestre di quest’anno e per la prima volta da 5 anni la prima e da 2 anni la seconda. In particolare, le esportazioni elvetiche sono diminuite del 4,2% su base congiunturale, le importazioni del 2,4%. In Svezia, le prime hanno ripiegato del 5%, le secondo del doppio. A questo punto, si allontana il primo rialzo dei tassi dopo anni di allentamento monetario sia per la SNB che per la Riksbank. I dubbi su Stoccolma sono aggravati dalla paralisi politica in corso, perché a distanza di due mesi e mezzo dalle elezioni, gli scandinavi non hanno un governo e forse dovranno tornare a votare nei prossimi mesi, uno scenario che darebbe forza alla destra euro-scettica di Jimmie Akesson.

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Recessione alle porte per l’Eurozona?

Perché Svezia e Svizzera contano? Le esportazioni valgono quasi i due terzi del pil elvetico e il 45% di quello svedese. Al netto delle importazioni, formano più del 4% e circa l’11% del pil. Il fatto che stiano risentendo negativamente delle tensioni commerciali di questi mesi non depone in favore delle previsioni per stati come Germania, Olanda e Italia, tanto per citare alcune realtà “export led”. Se stessero anticipando una tendenza, destinata ad attecchire nei prossimi trimestri in queste ultime, il rischio di recessione sarebbe quanto mai vivo per l’Eurozona. Non a caso, la BCE starebbe monitorando da tempo l’evoluzione dei fatti, anche in considerazione di altri focolai di tensione, come Brexit e Italia.

Se rallenta la domanda globale, bisogna sostenere quella domestica per evitare la recessione delle economie esportatrici nette, ossia dell’unione monetaria nel suo insieme. Le leve su cui agire sarebbero consumi delle famiglie, investimenti e spesa pubblica. Togliendo di mezzo quest’ultima, date la nota inclinazione dell’area per una politica fiscale prudente, resterebbero i consumi e gli investimenti, entrambi stimolabili con tassi bassi. Ora, questi sono già ai minimi storici, per cui l’unica cosa che realisticamente Francoforte potrebbe fare sarebbe semmai di non alzarli, rinviando l’avvio della stretta di diversi mesi, in attesa di una schiarita per l’economia mondiale. Persino la Federal Reserve, che si trova a gestire un’economia in piena occupazione, in forte crescita e importatrice netta, ha citato la “domanda globale in rallentamento” per giustificare quella che a tutti è parso l’annuncio informale di una pausa sui tassi. A maggior ragione sarà costretto a farlo a breve Mario Draghi, che rischia di completare il suo mandato nell’ultimo anno tra la nebbia di una crisi in arrivo, esattamente così come lo aveva iniziato 7 anni fa.

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Argomenti: Economia Europa, Economie Europa