Svezia al voto rassegnata al caos politico, ma ecco perché la corona reggerà

La corona svedese ha perso parecchio quest'anno contro l'euro e in attesa delle elezioni di domenica a Stoccolma è ansia per l'esito del voto. Ma ecco perché appare molto probabile un prossimo rafforzamento del cambio.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La corona svedese ha perso parecchio quest'anno contro l'euro e in attesa delle elezioni di domenica a Stoccolma è ansia per l'esito del voto. Ma ecco perché appare molto probabile un prossimo rafforzamento del cambio.

Ha perso quasi il 7,5% contro l’euro da inizio anno la corona svedese, che recupera, tuttavia, più dell’1% dallo scorso giovedì. Il cambio si attesta a metà seduta attorno a 10,57. Una delle ragioni del tonfo è prettamente politica. Domenica prossima, 7,3 milioni di elettori svedesi saranno chiamati a rinnovare il Riksdag, il Parlamento composto da 349 deputati, di cui 310 eletti in collegi plurinominali e 39 in un collegio nazionale. Serve almeno il 4% dei voti validi o il 12% nel singolo collegio per entrarvi e i sondaggi della vigilia confermano l’assenza di una maggioranza assoluta per una delle due coalizioni tradizionali. Il centro-sinistra del premier uscente Stefan Loefven è dato in leggero vantaggio sullo schieramento di centro-destra, ma la destra euro-scettica di Democratici Svedesi sarebbe al secondo posto, dietro ai Social Democratici, con circa il 20% dei consensi.

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Il cavallo di battaglia dell’ultra-destra è la lotta all’immigrazione e in campagna elettorale il leader Jimmy Akesson si è impegnato a chiedere l’indizione di un referendum, nel caso di vittoria, per far decidere agli svedesi la permanenza o meno nella UE. Gli occhi di Bruxelles sono tutti puntati su Stoccolma, perché dopo le elezioni di marzo in Italia, il vento “populista” sembra soffiare forte e tutto contro le istituzioni comunitarie. Nelle scorse ore, a gamba tesa è entrato nel dibattito nazionale il presidente francese Emmanuel Macron, che ha attaccato Akesson, invitando la Svezia a non farsi assecondare da valori antitetici alla sua storia. Il leader di Democratici Svedesi si era rifiutato, nel corso di un’intervista, di distinguere tra Macron e il presidente Vladimir Putin sul piano dei valori.

Gli scenario post-voto in Svezia

Ad ogni modo, se i sondaggi si trasformassero in dati reali, assisteremmo all’alto rischio di un Parlamento senza maggioranza. In realtà, già dal 2014 è così. Il centro-sinistra è tornato al governo dopo 8 anni di opposizione, sostenuto da forze complessivamente minoritarie e reggendosi sulle astensioni sia del centro-destra che proprio dell’ultra-destra. Stavolta, però, potrebbe essere diverso, vista la voglia dei Democratici Svedesi di incidere finalmente sulle politiche nazionali e quella del leader conservatore Ulf Kristersson di diventare premier, magari proprio con l’aiuto di Akesson, sebbene tale prospettiva sia stata ufficialmente esclusa. Anzi, nello scorso autunno, l’ex leader dei Moderaterna fu scalzata proprio da Kristersson, quando ebbe a dichiararsi favorevole a negoziare con gli euro-scettici una qualche forma di collaborazione politica.

Diversi gli scenari possibili, da un governo di minoranza di centro-sinistra a uno di minoranza di centro-destra, passando per le larghe intese guidate dai Social Democratici, anche se con esclusione dei conservatori, che si sono detti indisponibili a un simile patto. Non ultimo, l’ipotesi non così impossibile di un accordo tra centro-destra ed euro-scettici, con questi ultimi magari fuori dal governo. Ad ogni modo, ci sarebbe poco da tribolare sul piano concreto. Se è vero che l’eventuale boom dei Democratici Svedesi sarebbe la conferma di quanta sfiducia raccolga la UE ad ogni latitudine, persino dove l’economia va a gonfie vele, resta poco probabile che ciò possa scuotere i fondamentali della Scandinavia.

Secondo i sondaggi, nessuno aldilà degli elettori stessi della destra euro-scettica vorrebbe l’uscita dalla UE e al contempo una netta minoranza sarebbe favorevole all’ingresso nell’euro. Dunque, gli svedesi vorrebbero tutelare lo status quo. Non è difficile immaginare perché. Negli ultimi anni, il pil è cresciuto al ritmo medio del 3%, pur rallentando negli ultimi trimestri ed essendo stato sostenuto dalla marea di profughi fatti entrare nel paese tra il 2015 e il 2016. Il debito pubblico al marzo scorso risultava sceso sotto il 38% del pil, mentre la disoccupazione si attestava a giugno al 6,4%. Ci sarebbe poco da lamentarsi, anche visto il generoso sistema assistenziale svedese, che nella pratica consente a tutti gli abitanti di godere di condizioni di vita assai dignitose pure nelle fasi più avverse.

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Le regole fiscali limitano il raggio di azione dei governi

Grossi cambiamenti sembrano improbabili, quale che sarà lo scenario reale post-elettorale, persino nel caso in cui il prossimo governo dovesse essere guidato da un premier euro-scettico. Non solo per la necessaria fiducia che dovrebbe godere degli altri partiti d’impronta moderata ed europeista, ma anche per via delle regole fiscali fissate dal Riksdag nel 2010 e che saranno ulteriormente implementate a decorre dall’anno prossimo. Due i pilastri: surplus di bilancio dello 0,3% del pil, al netto della componente ciclica; rapporto debito/pil obiettivo al 35%. Trattasi di target ben più forti di quelli concordati nell’Eurozona con il cosiddetto “Fiscal Compact” nel 2012. Nel 2017, Stoccolma ha chiuso con un avanzo fiscale dell’1,3%, persino migliore del +1,2% del 2016. Questo significa che i conti pubblici svedesi stanno più che a posto. Chi vincesse, dal prossimo lunedì si ritroverebbe solo con l’imbarazzo della scelta sulle misure da attuare eventualmente per impiegare almeno parte di tale surplus. Margini di manovra reali, però, non ve ne sono. Anzi, chiunque vincesse avrebbe le regole fiscali come guida a cui non potrebbe sfuggire.

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Se tutto ciò è vero, dovremmo immaginare che dopo le elezioni la corona svedese viva uno dei tre seguenti scenari: rafforzamento contro l’euro, nel caso di vittoria chiara di una delle due principali coalizioni; ulteriore indebolimento con la vittoria monca di una delle due coalizioni e rafforzamento successivo a una qualche forma di accordo per superare l’impasse; deprezzamento marcato nel caso di coinvolgimento dei Democratici Svedesi al governo, seguito da un rafforzamento alla presa d’atto che le politiche fiscali e monetarie della Svezia non subiranno grosso modo novità dirompenti. E ciò, al netto delle decisioni della Riksbank sin dal prossimo board di giovedì. Nella vicina Finlandia, gli euro-scettici sono andati al governo nel 2015 con il premier conservatore Juha Sipila, con il leader di Veri Finlandesi nella posizione di vice-premier e ministro degli Esteri. Eppure, non pare che Helsinki sia uscita dall’euro o abbia curvato a U nella direzione del lassismo fiscale. Dopo l’emozione, prevarrà la realtà anche a Stoccolma, a tutto beneficio del cambio.

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Argomenti: Economie Europa, Politica, Politica Europa