Svalutazione dollaro concordata come con Accordo Plaza? Ecco le differenze con il 1985

L'Accordo di Plaza del 1985 servì alla svalutazione del dollaro, ma fu frutto di un'intesa tra le prime cinque banche centrali di allora. Sarebbe possibile una sua riedizione oggi?

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L'Accordo di Plaza del 1985 servì alla svalutazione del dollaro, ma fu frutto di un'intesa tra le prime cinque banche centrali di allora. Sarebbe possibile una sua riedizione oggi?

Nel settembre del 1985, i ministri finanziari delle prime cinque potenze mondiali di allora (USA, Giappone, Germania, Regno Unito e Francia) s’incontrarono all’Hotel Plaza di New York per concordare una svalutazione del dollaro, che nel lustro precedente si era rafforzato troppo, mediamente del 50% contro le altre principali valute del pianeta. Nacque così il cosiddetto “Accordo di Plaza” e ironia della sorte, qualche anno più tardi ad acquistare quell’hotel è stato niente meno che Donald Trump, l’attuale presidente americano.

Ieri, questi ha tuonato ancora, tramite un suo stretto collaboratore al commercio, contro la Germania, rea di “sfruttare” i partner europei e gli USA stessi, attraverso un euro debole, che le consente di esportare di più di quanto non farebbe con il più forte marco tedesco. (Leggi anche: Cambio euro-dollaro ai massimi da 8 settimane sugli attacchi di Trump alla Germania)

Simili accuse sono state rivolte anche alla Cina, che resta il primo obiettivo della sua amministrazione. Da qui, il desiderio ostentato del presidente Trump di rendere il dollaro meno debole, altrimenti sarebbero guai per l’economia americana. Così stando le cose, possiamo davvero immaginare una rievocazione dell’Accordo di Plaza?

Svalutazione dollaro concordata oggi possibile?

Allora, il patto funzionò, tanto che il valore del dollaro più che si dimezzò contro lo yen in appena due anni e nel 1987 si rese necessario un secondo accordo, siglato a Louvre, per arrestare la svalutazione del biglietto verde. La bilancia commerciale a stelle e strisce migliorò nel suo complesso e le tendenze protezionistiche, temute da Europa e Giappone, non attecchirono, grazie al successo dell’operazione.

Perché non riesumare, quindi, una strategia che si mostrò vincente tre decenni or sono? Perché da quei tempi, il mondo è cambiato. Anzitutto, alle potenze mondiali del 1985 dovremmo aggiungere oggi la Cina, che è diventata ormai la seconda economia del pianeta, dietro solo agli USA.

 

 

 

 

Cambio cinese sottovalutato?

Trump ritiene che lo yuan sarebbe sottovalutato, ma il Fondo Monetario Internazionale sostiene il contrario e Pechino, che pure ambisce a sostenere il cambio, tutto desidera, tranne che ribilanciare i saldi commerciali in favore degli USA, essendo questi ancora il driver principale della sua crescita economica.

In assenza di cooperazione, servirebbero quantitativi enormi di assets da acquistare nella valuta cinese per apprezzarne il cambio contro il dollaro, ma l’esito più probabile sarebbe una guerra valutaria disastrosa per entrambe le super-potenze. (Leggi anche: Scontro tra USA e Giappone sulla guerra valutaria)

Si consideri che nel 1985, bastarono 10 miliardi di acquisti concordati tra Washington e Tokyo per fare impennare il valore dello yuan, mentre nel 2016 non sono stati sufficienti 1.000 miliardi di dollari di riserve bruciate da Pechino per sostenere il cambio, che ha ceduto il 6,6% contro il dollaro, peggiore risultato dal 1994.

L’euro complica ogni accordo

A differenza degli anni Ottanta, i mercati oggi sono molto più aperti e liquidi e quand’anche si trovasse un accordo tra le principali banche centrali per svalutare il dollaro, sarebbero necessari interventi di maggiore portata perché le azioni siano efficaci.

Altro aspetto da considerare è che due dei partecipanti all’accordo di allora – Germania e Francia – non hanno più una loro moneta nazionale, ma condividono l’euro con altre 17 economie. Ammettiamo che la Bundesbank e la Banque de France accettassero di sedersi a un tavolo con la Federal Reserve per accondiscendere a una svalutazione del dollaro; dovrebbero fare pressione sulla BCE, affinché venda assets denominati in dollari e pratichi una politica monetaria restrittiva, ma Francoforte è tenuto ad agire nell’intero di tutti gli stati membri, non solo di una parte.

 

 

La BCE agisce nell’interesse di tutta l’Eurozona

In poche parole, a fronte dell’enorme surplus commerciale accumulato di anno in anno dalla Germania ai danni degli USA, la BCE non potrà agire nemmeno volendo, perché le sue valutazioni fanno riferimento ai dati dell’intera Eurozona, all’interno della quale per alcune economie oggi l’euro sarebbe persino più forte dei loro fondamentali.

Dicevamo, poi, che nel 1985 vi fu un consenso generale sul fatto che il dollaro si fosse rafforzato eccessivamente, danneggiando la bilancia commerciale USA, che registrava disavanzi fino al 3,5% del pil.

Ciò, in conseguenza della stretta monetaria avviata nell’era Reagan, che da un lato aveva battuto l’inflazione, ma dall’altro aveva reso il dollaro troppo forte, riducendo la competitività delle imprese americane.

Dollaro davvero troppo forte oggi?

A differenza di allora, però, oggi la situazione appare molto meno certa. Se è vero che il dollaro ha guadagnato il 40% mediamente contro le altre valute negli ultimi 5 anni, è altrettanto indubbio che nel decennio precedente la Fed avesse indebolito il cambio con una politica monetaria espansiva e accomodante come mai prima dal 2008. Si consideri che allo scoppio della crisi finanziaria, il cambio euro-dollaro risultava esploso a 1,60, segnalando un’evidente sottovalutazione del biglietto verde, in relazione al principale cross valutario del pianeta.

Un’altra differenza rispetto a 32 anni fa sta nelle condizioni macro-economiche. I partecipanti all’Accordo di Plaza registravano tutti, chi più e chi meno, un tasso d’inflazione calante, ma ancora moderato, effetto dell’ultimo shock petrolifero del 1979. Oggi, siamo in un ambiente di inflazione zero o persino deflattivo, per cui rafforzando il cambio contro il dollaro, Eurozona, Regno Unito, Giappone (e Cina) rischierebbero di scivolare verso la deflazione, tanto più che proprio questo accadde a distanza di anni proprio in Giappone, che da venti anni registra prezzi calanti, anche in conseguenza del balzo dello yen dalla metà degli anni Ottanta. (Leggi anche: Giappone, deflazione addio solo grazie allo yen debole)

 

 

Si arriverà a una maggiore convergenza di politica monetaria?

Infine, l’esito di lungo termine dell’Accordo di Plaza non è convincente. La bilancia commerciale USA ha registrato nel nuovo Millennio saldi ancora più negativi degli anni Ottanta, con punte del -5% del pil. E i disavanzi sono rimasti tali nei confronti di Tokyo e Berlino, a cui si è aggiunta Pechino. Da questi dati scaturiscono un paio di considerazioni: la prima, che l’import/export non è frutto del solo rapporto di cambio tra due economie, ma anche di alcune peculiarità strutturali, come la produttività del lavoro e l’innovazione tecnologica; la seconda, che il deficit commerciale di uno stato (qui, gli USA) è il riflesso di una politica di bilancio espansiva, come suggerisce la teoria dei deficit gemelli.

L’America sovraconsuma, ovvero s’indebita, a causa sia di una politica monetaria da qualche decennio ormai troppo accomodante, sia di una gestione fiscale tendenzialmente lassista, che genera disavanzi nei conti pubblici. Per questo, tende a importare più di quanto farebbe con un deficit fiscale azzerato e tassi in linea con quelli naturali. Vero è anche, però, che minori importazioni e tassi USA più elevati apprezzerebbero il dollaro.

In definitiva, un nuovo accordo globale pacifico sulla svalutazione del dollaro non sembra alla portata, anche se allora come oggi il mondo sembra alla ricerca di un ordine sul mercato dei cambi. Trenta anni fa era fresco il ricordo della fine di Bretton Woods, che aveva regolato i rapporti tra le valute dei paesi nell’orbita occidentale per quasi trenta anni, mentre oggi si avverte l’esigenza di evitare svalutazioni competitive e disastrose tendenze protezionistiche. Chissà che alla fine, Fed, BCE, BoE, BoJ e PBoC non si accorderanno per rendere più convergenti le loro politiche monetarie, più di quanto non abbiano fatto in questi ultimi anni e ribadito al G20 di Shanghai del febbraio 2016. E’ forse quello a cui punta Trump, che ambisce sia a una normalizzazione dei tassi negli USA, sia a un dollaro non minaccioso per la crescita americana. (Leggi anche: Banche centrali coordinate sugli stimoli? La grande divergenza non c’è)

 

 

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