Svalutazione del cambio cinese limitata, Pechino costretta alla prudenza

La svalutazione del cambio tra yuan e dollaro non potrà essere forte, perché la Cina non può permetterselo. Ecco le ragioni per cui dovrà mostrarsi prudente o rischia effetti gravi per la sua economia.

di , pubblicato il
La svalutazione del cambio tra yuan e dollaro non potrà essere forte, perché la Cina non può permetterselo. Ecco le ragioni per cui dovrà mostrarsi prudente o rischia effetti gravi per la sua economia.

La reazione della Cina all’imposizione dei dazi da parte dell’amministrazione Trump è stata alquanto prevedibile e allo stesso tempo decisa. La Banca Popolare Cinese ha fissato di seduta in seduta il tasso di cambio a livelli più deboli contro il dollaro, di fatto svalutandolo. E per la prima volta è arrivata a fissare il cosiddetto “midpoint”, rispetto a cui il cambio può muoversi nell’arco della giornata, oltre il rapporto di 7, come a segnalare l’intenzione di giocarsi le proprie carte fino in fondo per non soccombere alla “guerra” commerciale con gli USA.

Ma fino a quando potrà permettersi di andare avanti con questo gioco?

Va detto che fino a qualche anno fa, la Cina veniva informalmente ritenuta dalle altre grandi economie come una potenza manovratrice del tasso di cambio, cioè si sospettava che tenesse lo yuan sottovalutato contro le altre divise per esportare di più. Con il rallentamento della crescita economica e l’ingente deflusso dei capitali che registra sin dal 2015, lo stesso Fondo Monetario Internazionale di recente ha segnalato che lo yuan sarebbe un po’ “sopravvalutato”, indirettamente smentendo le accuse rivolte dal governo americano contro Pechino.

Perché la svalutazione del cambio cinese è una buona notizia per i titoli di stato USA 

I rischi di una maxi-svalutazione dello yuan

In un certo senso, con la svalutazione di questi giorni è come se la Cina stesse allineando il suo tasso di cambio ai livelli di mercato, sebbene il sistema stesso di fissazione del cambio resti ignoto e continui ad alimentare sospetti sulla sua conformità alle leggi della domanda e dell’offerta. Una cosa sappiamo, però: se la Cina si mettesse in testa di svalutare ben più di quanto non abbia già fatto, la sua economia rischia di grosso.

Anzitutto, perché l’assenza di un “floor” di riferimento metterebbe i capitali in fuga, specie se la maxi-svalutazione non venisse attuata con un’operazione “one off”. Chi investirebbe in un paese, sapendo che il suo cambio verrebbe costantemente indebolito dalla banca centrale e chissà per quanto tempo ancora? Fino a quando non dovesse essere raggiunto il punto più basso, i capitali esteri se ne starebbero alla finestra.

Né è credibile che la Cina se ne possa uscire con una svalutazione tutta in un giorno, per ipotesi, del 5% o del 10%.

Ma la vera ragione della prudenza è un’altra: se indebolisse troppo lo yuan contro il dollaro, il cambio perderebbe abbastanza valore anche contro euro e yen, contrariando Unione Europea e Giappone, le altre due grandi economie mondiali, che a quel punto si schiererebbero con Donald Trump e imporrebbero anch’esse dazi contro le merci cinesi, accusando Pechino di manipolazione del cambio. E l’ultima cosa che servirebbe alla Cina sarebbe proprio questa. Tra Europa e Giappone, essa matura annualmente esportazioni nette per circa 230 miliardi di euro, che si sommano ai circa 500 miliardi verso i soli USA. Non può permettersi di mettere a repentaglio tutti i suoi principali mercati di sbocco per punire Trump. Senza di loro, la sua bilancia commerciale chiuderebbe in profondo rosso per oltre 400 miliardi di euro all’anno e la Cina, da potenza esportatrice, diverrebbe una seconda America, solo molto più povera.

Perché la svalutazione del cambio cinese deve fare paura all’Europa

[email protected] 

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: ,
>