Basta sussidi di disoccupazione, due stati USA controcorrente per mancanza di lavoratori

Diversi benefici assistenziali sono stati soppressi dai governatori per incoraggiare i lavoratori a tornare attivi

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Basta sussidi in Montana e Carolina del Sud

Henry McMaster segue l’esempio del suo compagno di partito Greg Gianforte e annuncia l’eliminazione dei sussidi statali a favore dei disoccupati. Una scelta controcorrente in un periodo come questo, dove l’assistenzialismo la fa da padrone, spesso andando ben oltre il doveroso sostegno alle categorie colpite dall’emergenza Covid. Entrambi repubblicani, McMaster e Gianforte si sono trovati costretti a prendere una tale decisione non già per ragioni ideologiche, quanto per spronare i rispettivi cittadini a tornare al lavoro. Molte imprese nei due stati lamentano, infatti, di non riuscire a trovare forza-lavoro disponibile.

E, infatti, McMaster ha motivato la decisione di eliminare i sussidi statali con una lettera. In essa spiega che le imprese del Carolina del Sud, sia grandi che piccole, sono state colpite duramente dalla pandemia. E adesso, continua, rischiano di essere travolte dall’impossibilità di assumere personale, a causa della carenza di forza-lavoro. Via i sussidi, dunque, a partire dal prossimo 30 giugno.

Meno sussidi, più lavoro

Attenzione, i disoccupati non rimarranno privi di sussidi. Semplicemente, sarà posta fine alla partecipazione degli stati ai numerosi programmi federali introdotti per fronteggiare l’emergenza Covid. Si stima che, in molti casi, tra sussidi locali e quelli federali, i disoccupati riescano a percepire di più di quando lavoravano. Secondo il Direttore del Dipartimento del Lavoro, Dan Ellzey della Carolina del Sud, risulterebbero disponibili 81.684 posizioni libere, in particolare negli alberghi e nell’industria alimentare, ma che le imprese non riescono a coprire.

I sussidi saranno riportati alla loro entità pre-Covid nei due stati. E nella Carolina del Sud i disoccupati dovranno dimostrare nuovamente di attivarsi per trovare un lavoro. Insomma, nulla di eclatante.

Semplicemente, dopo un anno di sussidi a pioggia, qualcuno ha iniziato a capire che la pandemia avrebbe spinto i governi molti più in là di quanto avrebbero dovuto. Dalla doverosa protezione delle categorie colpite dai “lockdown” si è arrivati a un assistenzialismo eccessivo e generalizzato, che rischia di distruggere le basi del mercato del lavoro e dell’economia.

La situazione in Italia

E in Italia? Tipicamente, il nostro non è mai stato un Paese generoso con i disoccupati, ma allo stesso tempo abbiamo sussidi sempre più elevati e generalizzati. Due anni fa, il debutto del cosiddetto “reddito di cittadinanza” iniziò a stravolgere l’approccio all’assistenza, autorizzando gli italiani a pensare che tutti avrebbero diritto di percepire un reddito congruo mensile. In molti casi, esso può arrivare tranquillamente a superare i 1.000 euro mensili. Denaro, che numerosissimi percipienti non hanno mai dichiarato di guadagnare in vita loro, vuoi perché lavorassero in nero, vuoi perché fossero scarsamente attivi sul mercato del lavoro.

Con la crisi, questa tendenza si è estremizzata. Oltre al reddito di cittadinanza sono spuntati sussidi come l’assegno unico per i figli. Per i redditi medio-bassi, un beneficio netto rispetto alla condizione attuale. Saranno erogati 250 euro al mese per figlio e la misura si aggiunge all’eventuale reddito di cittadinanza percepito. Insomma, stiamo uscendo dall’emergenza Covid come una società iper-assistita, in cui non è il lavoro il fondamento della nostra economia. Va da sé che questo modello “chavista” sia insostenibile, specie in un Paese dove il debito pubblico è esploso al 160% del PIL e la spesa per interessi è compressa artificiosamente dalla BCE con acquisti record.

Non è la prima volta nella storia che ciò accade in Occidente. Gli anni Ottanta ereditarono economie stataliste e dove l’assistenza era divenuta il metro per misurare il benessere di una popolazione. La reazione avvenne energicamente e coraggiosamente attraverso il thatcherismo e la Reaganomics. Di lì in avanti, il cuore delle politiche economiche dei governi tornò a pulsare per creare le migliori condizioni possibili per l’impresa e il lavoratore.

Alla logica dell’assistenza si sostituì quella del lavoro e della libera iniziativa e alla spesa pubblica subentrarono gli investimenti privati. E grazie a queste scelte abbiamo potuto beneficiare di 40 anni di sviluppo economico, tecnologico e scientifico. Il ritorno allo stato-imprenditore e babbo rischia di riportarci indietro alla cultura degli anni Settanta.

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