Super Mario da record: sarà il governatore che non ha mai alzato i tassi!

Pesante il taglio delle previsioni macro per il triennio in corso da parte della BCE. E con la modifica alla "guidance", Mario Draghi concluderà il mandato senza avere mai alzato i tassi.

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Pesante il taglio delle previsioni macro per il triennio in corso da parte della BCE. E con la modifica alla

Quando alla fine dell’ottobre prossimo si concluderà il mandato di Mario Draghi come governatore della BCE, saranno passati esattamente otto lunghi anni dal suo insediamento. Il mondo che lascia non sarà lo stesso che si trovò ad accoglierlo in quell’autunno caldissimo del 2011. Il suo insediamento coincise con l’apice della crisi dello spread in Italia, seguito dopo pochi giorni dalle dimissioni del premier Silvio Berlusconi e la nascita del governo Monti.

Alla Casa Bianca, c’era Barack Obama, all’Eliseo Nicolas Sarkozy. Quel mondo, ripetiamo, non c’è più. Unico anello di congiunzione: Angela Merkel! La cancelleria c’era, c’è e chissà quanto ancora ci sarà a Berlino. Ma i suoi interlocutori sono cambiati, non solo nel nome, quanto soprattutto nelle caratteristiche umane e politiche. Adesso, a Washington comanda Donald Trump, a Parigi un giovane Emmanuel Macron e a Roma governa la prima maggioranza euro-scettica di sempre. Un’era fa, insomma, Draghi arrivava a capo della BCE e quando tra 7 mesi concluderà il mandato, uscendo per l’ultima volta dall’Eurotower, dentro di sé avrà solo una curiosità rimasta insoddisfatta: non potrà capire cosa si provi ad alzare il costo del denaro e verificare le reazioni istantanee dei mercati prima e dell’economia nei mesi successivi.

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Già, perché la “guidance” è cambiata con la seconda riunione del board di quest’anno. I tassi non rimarranno più fermi “fino all’estate del 2019”, come siamo stati abituati a leggere nel comunicato dell’istituto sin dal giugno scorso, bensì “fino alla fine del 2019”. E poiché l’ultima occasione utile per Draghi di varare la stretta monetaria sarebbe a fine ottobre, di fatto equivale ad annunciare che il governatore non avrà mai la possibilità di aumentare il costo del denaro. Egli ha potuto e voluto solo tagliarlo: trovò i tassi di riferimento all’1,50% e li lascerà a zero. Il 9 novembre di 8 anni fa iniziava già a tagliarli di 25 punti base e da allora, tenuto conto anche dei depositi overnight e dei tassi di rifinanziamento marginale, li abbasserà ancora per 8 volte.

Si tratta di un record, lungi dal poter essere accolto con soddisfazione. Tassi bassi, anzi azzerati e negativi sui depositi overnight, sono il segno evidente di un’economia incapace di sostenere un costo del denaro anche solo minimamente positivo. Basta questo dato per smentire l’ottimismo di questi ultimi anni sulla fantomatica ripresa dell’Eurozona, propinato dai governi e dalla stessa BCE, che ancora questo pomeriggio non ha rivisto al ribasso i rischi gravanti sull’area, sostenendo che proprio le azioni annunciate volere basterebbero a tenerli “bilanciati”. Eppure, se l’unico obiettivo formale dell’istituto è di mantenere la stabilità dei prezzi, intesa come inflazione “vicina, ma di poco inferiore al 2% nel medio periodo”, non si può certo dire che Draghi abbia ottemperato al suo dovere. Non che sia stata colpa sua, quanto il frutto di condizioni oggettive. Tuttavia, è da inizio 2013 che l’inflazione non si attesta stabilmente intorno al target, anche se lo scorso anno sembrava finalmente esserci riuscita, sebbene ciò fosse con ogni evidenza la conseguenza del surriscaldamento delle quotazioni del petrolio, le quali crollando hanno trascinato in basso pure la crescita dei prezzi.

Mandato di Draghi fallito?

Di fatto, quel che è mancato da 6 anni a questa parte, vale a dire per ben tre quarti del mandato di Draghi, è stata quell’inflazione “buona”, figlia della crescita, che spingendo in alto i salari, si traduce in un rincaro di beni e servizi. E oggi, le stime della stessa BCE hanno rivisto al ribasso l’inflazione attesa nell’Eurozona per il triennio in corso: dall’1,6% delle stime di dicembre, nel 2019 si dovrebbe tendere all’1,2%; nel 2020 all’1,5% dall’1,7% e nel 2021 all’1,6% dall’1,8%. In pratica, nemmeno tra due anni la BCE riuscirà a centrare il target. E sarebbe per quasi un decennio consecutivo, troppo per non minacciare la credibilità dello stesso istituto. Quanto al pil, non è andata meglio: crescita attesa solo all’1,1% per quest’anno (dall’1,7% di dicembre), all’1,6% dall’1,7% per l’anno prossimo e all’1,5% per il 2021.

Considerate che nella maggioranza delle volte, le previsioni dei funzionari di Francoforte si rivelano ottimistiche.

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Sembra il quadro desolante di un banchiere centrale che ha fallito il suo compito. Non è così. Draghi ha fatto più di quello che ha potuto, ma è stato lasciato solo a combattere sia i rischi di deflazione che la crisi economica e, peraltro, in un’Eurozona disfunzionale, con mercati finanziari segmentati e senza nemmeno una politica di bilancio comune, né un unico Tesoro. né una unione bancaria completa. Chissà se ci sarebbe ancora l’euro, se non ci fosse stato l’italiano alla guida della BCE nel 2012, quando ha sfidato i mercati in quella torrida estate, avvertendo che avrebbe fatto tutto quel che serviva (“whatever it takes”) per difendere l’euro. Gli investitori gli credettero e la tempesta finanziaria pian piano scemò, segno che l’uomo godeva e gode tutt’ora di credibilità, oltre che stima tra l’establishment.

La solitudine di Draghi non ha potuto fare miracoli. Egli ha vinto la battaglia contro la deflazione e in difesa della moneta unica, ma non ha potuto, né era suo compito, sradicare la crisi dalle prospettive dell’area. Il dualismo tra nord e sud non solo rimane, anzi si rafforza con gli anni, traducendosi in rapporti di credito-debito che alimentano tensioni politiche e fughe di capitali. Per questo, quando il governatore lascerà la BCE tra pochi mesi, in cuor suo non sarà contento come dovrebbe essere un uomo così stimato da tutti. Egli sa che se non ha potuto alzare mai i tassi per una sola volta è solo perché l’Eurozona non funziona e sostanzialmente si ritrova nelle stesse condizioni critiche in cui versava al suo arrivo a Francoforte. E chissà che “Super Mario” non pensi tra sé e sé che il successore, vuoi per convinzione, vuoi per pressioni dei governatori centrali del centro-nord (Bundesbank in testa), vuoi anche per calcolo errato, non finisca per alzare i tassi prima e/ o più di quanto dovrebbe, intaccando almeno parte del buon lavoro svolto dal 2011.

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