Super euro a oltre 1,20 contro il dollaro, non accadeva da gennaio 2015

Cambio euro-dollaro sopra 1,20 per la prima volta da oltre 2 anni e mezzo. La moneta unica si rafforza e il biglietto verde d'indebolisce. Ecco la soglia a cui guardare per scrutare i movimenti futuri.

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Cambio euro-dollaro sopra 1,20 per la prima volta da oltre 2 anni e mezzo. La moneta unica si rafforza e il biglietto verde d'indebolisce. Ecco la soglia a cui guardare per scrutare i movimenti futuri.

Cambio euro-dollaro sopra la soglia di 1,20 per la prima volta dal gennaio 2015. Non accadeva dall’annuncio del varo del “quantitative easing” da parte della BCE, che la moneta unica scambiasse a livelli così alti contro il biglietto verde. In questi minuti, il cross tra le due valute si è portato a 1,20228, ma era arrivato fino a un massimo di 1,2026. Da un punto di vista tecnico, gli analisti e i traders guarderanno da adesso con molta attenzione il rapporto di 1,2167, che rappresenta il 50% di ritracciamento dell’euro dalla caduta iniziata nel maggio 2014, quando Francoforte annunciava l’avvio degli stimoli monetari e l’abbassamento dei tassi nei mesi seguenti.

Perché guardare a quel tasso di cambio? Agli inizi di maggio di tre anni fa, il cambio euro-dollaro era arrivato fin quasi alla soglia di 1,40, mentre il punto minimo è stato toccato agli inizi di quest’anno, quando è sceso in area 1,0360. Facendo la differenza tra il livello massimo pre-crollo e quello minimo e dividendo per due, si ottiene proprio 1,2167, che marca una soglia, superata la quale la tendenza rialzista della moneta unica sarebbe difficilmente contenibile. (Leggi anche: Cambio euro-dollaro vicino a 1,20, ecco cosa accadrà al board BCE di settembre)

Dollaro debole, corsa ai beni-rifugio

Più che di forza dell’euro, però, dovremmo parlare di debolezza del dollaro, in queste ore. Contro le altre valute, la divisa americana ha perso mediamente più del 10% quest’anno, scendendo al momento al livello più basso dalla fine del 2014, ovvero da quasi 3 anni a questa parte. A rinvigorire le vendite stamane sarebbero le tensioni in Asia, dopo che la Corea del Nord ha lanciato un missile sopra il Giappone, cosa che non era mai accaduto sinora per ragioni ufficialmente non pacifiche.

Sui mercati si è scatenata la corsa verso i beni-rifugio: lo yen giapponese si rafforza contro il dollaro ai massimi dalla vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali di novembre, cosa che appare obiettivamente poco ragionevole, considerando che a rischiare in prima persona sarebbe proprio Tokyo, nel caso di un attacco missilistico di Pyongyang; giù i rendimenti dei Bund, con i decennali allo 0,34%, ai minimi da 2 mesi e praticamente dimezzati rispetto a sei settimane fa; stesso discorso per i Treasuries a 10 anni, che rendono oggi il 2,10%, ai minimi dalle elezioni USA, mentre l’oro sale ai massimi da 11 mesi a 1.321 dollari l’oncia, guadagnando quest’anno quasi il 15%.

Contrariamente alle attese, il franco svizzero perde quota contro l’euro, scambiando a 1,1418 e segnando un calo dello 0,12%, magari sull’intervento della SNB, che potrebbe aver venduto, in queste ore, valuta straniera per impedire un rafforzamento del cambio sulle tensioni internazionali. (Leggi anche: Come il dollaro debole sta sostenendo l’economia mondiale)

A proposito di euro, la Romania ha annunciato al sua adesione all’unione monetaria dal 2022. Sarebbe il primo paese ad adottare la moneta unica dopo la Lituania nel 2015. Bucarest centra già i criteri economici necessari per fare parte dell’Eurozona, ma ha deciso di attendere altri 5 anni per tutelare i pensionati. E così, salirebbe a 20 il numero degli stati con l’euro in tasca sui 27 complessivi della UE, non tenendo conto del Regno Unito, che sta per lasciare le istituzioni comunitarie.

Perché l’euro si rafforza

Quest’anno, l’euro ha guadagnato già il 14% contro il dollaro e gli analisti restano “bullish”, specie dopo che al simposio di Jackson Hole, il governatore della BCE, Mario Draghi, non avrebbe segnalato a sufficienza l’intenzione di allontanare nel tempo l’avvio del “tapering”, il taglio degli stimoli monetari. In verità, più che la divergenza monetaria attesa con la Federal Reserve, starebbe pesando sull’euro la sfilza di dati macro positivi, che stanno avendo l’effetto di far venir meno parte di quel deprezzamento eccessivo subito dalla moneta unica negli ultimi anni, legato perlopiù alle vicissitudini politiche nell’area e che sarebbero, grosso modo, alle spalle con le elezioni francesi di maggio-giugno.

L’euro resta sottovalutato per i traders, che stimano il suo fair value a un cambio tra 1,20 e 1,30 contro il dollaro.

Musica per le orecchie di Trump, che punta proprio a indebolire la divisa americana contro quella europea. Il resto lo starebbero facendo le tensioni politiche negli USA, dove lo stesso presidente non esclude il rischio di “showdown”, ovvero della chiusura temporanea delle attività federali, nel caso non fosse raggiunto un accordo con il Congresso sull’innalzamento del tetto del debito, superato nei fatti già a marzo. (Leggi anche: Super-euro fa sorridere Draghi)

 

 

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