Super dollaro sì o no: Trump cerca risposte e il Giappone teme la deflazione perenne

Il super dollaro toglie letteralmente il sonno al presidente Trump e il Giappone teme di essere il vero obiettivo dell'amministrazione USA, con lo yen sottovalutato del 30%.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il super dollaro toglie letteralmente il sonno al presidente Trump e il Giappone teme di essere il vero obiettivo dell'amministrazione USA, con lo yen sottovalutato del 30%.

Che il presidente USA, Donald Trump, sia un personaggio bizzarro lo abbiamo capito da tempo e lo dimostra anche questo curioso aneddoto, che riporta la stampa americana, per cui qualche giorno fa, il consigliere per la Sicurezza nazionale, Mike Flynn, sarebbe stato letteralmente buttato giù dal letto da una telefonata alle 3 di notte. Dall’altra parte della linea c’era proprio l’uomo più potente del pianeta. Cosa sarà successo per svegliarmi a quest’ora, avrà pensato Flynn? Un attacco terroristico, una minaccia alla sicurezza nazionale? No, niente di questo. Trump lo ha strappato dalle braccia di Morfeo per chiedergli quanto segue: “Flynn, ma un dollaro forte fa bene o fa male all’economia americana?”.

D’altronde, se sei stato chiamato a fare parte della squadra del presidente non puoi certo lamentarti per la perdita di sonno. Non sappiamo cosa abbia risposto il consigliere, ma l’episodio suggerisce quanta importanza l’amministrazione Trump stia assegnando ai cambi e quanto stia cercando di capire quale sarebbe la strada migliore da seguire nell’interesse degli americani. (Leggi anche: Super dollaro rischioso e Trump lo vuole sgonfiare)

Super dollaro, Giappone nel mirino di Trump

Poche ore fa, il premier giapponese Shinzo Abe ha invitato Trump a porre il punto dei tassi di cambio al G-20 e al prossimo G-7, non attraverso accordi bilaterali. A Tokyo c’è molta preoccupazione che a Pechino sulle ultime esternazioni del presidente americano e del suo segretario al Tesoro, Steven Mnuchin. I due hanno preso di mira, in particolare, Germania, Cina e Giappone, accusandoli di manipolazione del cambio. (Leggi anche: Trump contro euro debole)

Lo yen sarebbe sottovalutato del 30%, secondo un’analisi basata sulla PPP, ovvero a parità di potere di acquisto. Dall’inizio del 2012, il cambio contro il dollaro ha perso il 47%, anche se rispetto all’inizio del 2015 ha guadagnato il 10%. Secondo Abe, il potente piano di stimoli monetari varato dalla Bank of Japan quasi quattro anni fa non punta a indebolire lo yen, ma a risollevare l’inflazione.

Giappone a rischio deflazione perenne con rivalutazione dello yen

Pura ipocrisia. Abe gioca con le parole, perché sanno pure le pietre che gli acquisti di assets delle banche centrali servono a incrementare la liquidità sui mercati e provocare l’indebolimento dei rispettivi tassi di cambio, attraverso i deflussi dei capitali e l’azzeramento dei tassi. Il Giappone lo fa più di ogni altra economia e con il risultato di avere oggi lo stesso tasso d’inflazione di cinque anni fa, ovvero intorno allo zero.

La paura di Abe sta in questo: se non è riuscito con quasi 700 miliardi di dollari all’anno di stimoli monetari a far uscire l’economia nipponica da una deflazione ventennale, cosa accadrà adesso che tali programmi non potranno essere potenziati, ma che verosimilmente l’amministrazione Trump ha già nel mirino per le conseguenze dannose, a suo dire, sulla bilancia commerciale a stelle e strisce? (Leggi anche: Abenomics, altri stimoli in Giappone contro la deflazione)

Giappone ha un avanzo commerciale di 70 miliardi con gli USA

Nel tentativo di ingraziarsi Trump, Abe ha annunciato che il fondo pensionistico statale GPIF investirà nelle infrastrutture americane, creando 700.000 posti di lavoro negli USA. Dalla sua, Tokyo ha anche la narrazione di un Giappone, che nel 2015 aveva investimenti diretti negli USA per oltre 400 miliardi di dollari, secondi solo ai quasi 500 miliardi del Regno Unito, creando 1,7 milioni di posti di lavoro.

Gli americani comprano dai giapponesi merci e servizi per quasi 70 miliardi di dollari all’anno in più di quanto non ne vendano loro. L’80% di questo passivo è costituito dal settore automotive, quello che il presidente Trump intende riattivare, insieme al resto del comparto manifatturiero, per “rendere l’America di nuovo grande”.

Il precedente del 1985 fa tremare Tokyo

Il Giappone potrebbe restare vittima del desiderio di Washington di tagliare il proprio disavanzo commerciale contrastando gli squilibri globali. Il precedente dell’Accordo di Plaza del 1985, quando le prime cinque potenze mondiali di allora concordano una svalutazione programmata del dollaro, non depone in favore di Tokyo, che vide rivalutarsi lo yen del 50% in un paio di anni, ma che da lì a poco entrò in una spirale di stag-deflazione, che dura a tutt’oggi. (Leggi anche: Svalutazione dollaro concordato come con l’Accordo di Plaza del 1985?)

La bilancia commerciale americana ha registrato un deficit di oltre 500 miliardi nel 2016 e il Giappone rappresenta il secondo paese dopo la Cina, alla pari sostanzialmente con la Germania e poco avanti al Messico, alla base di tale disavanzo. Inevitabile che sia entrato nella “black list” di Trump e che il super dollaro non venga più tollerato verso lo yen. Un guaio per le ambizioni di Abe di portare l’economia fuori dalle secche della stagnazione e della deflazione, perché sarebbe sufficiente il dibattito di queste settimane per convincere gli investitori a scommettere su un apprezzamento del cambio nipponico, anticipandolo nei fatti.

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Argomenti: Abenomics, Economia USA, Economie Asia, Presidenza Trump, super-dollaro