Sull’economia italiana l’ombra di una nuova e più grave crisi del debito

La crisi dei BTp è sintomatica della debolezza dell'economia italiana, anche se il peggio arriverà con la fine dei tassi zero, dell'euro debole e del petrolio a poco prezzo.

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La crisi dei BTp è sintomatica della debolezza dell'economia italiana, anche se il peggio arriverà con la fine dei tassi zero, dell'euro debole e del petrolio a poco prezzo.

Il deterioramento del clima sui mercati finanziari verso l’Italia è palese: i rendimenti decennali dei nostri titoli di stato sono arrivati ieri al 2,27%, segnando uno spread di 177,5 punti base con gli omologhi Bund e di quasi 70 con quelli spagnoli. L’impennata è conseguenza dei timori tra gli investitori per possibili elezioni anticipate entro breve, dopo che la Consulta ha finalmente sentenziato sull’Italicum, la legge elettorale. Le vicissitudini politiche spiegano gran parte dell’impennata dei rendimenti sovrani, ma non tutto. Dietro il lento sell-off degli ultimi mesi, iniziato nel cuore di agosto, si cela la preoccupazione degli investitori per la debolezza complessiva dell’economia italiana, unica in tutto l’Occidente a non essere cresciuta rispetto all’inizio del Millennio.

L’azzeramento dei tassi e il varo degli stimoli monetari da parte della BCE di Mario Draghi hanno allontanato lo spettro della crisi del debito sovrano italiano, restringendo lo spread con i titoli “benchmark” tedeschi e offrendoci l’illusione di un recupero di fiducia verso l’Italia sui mercati, che in queste settimane è palese non sia tornata, se non parzialmente. (Leggi anche: Economia italiana nel 2017, quali prospettive?)

Crescita italiana rimane bassa, nonostante condizioni esterne ottimali

Il divario crescente rispetto ai rendimenti spagnoli è ancora più preoccupante, perché segnala la perdita di credibilità del nostro paese, anche in relazione all’altra principale economia mediterranea. Nessuna crisi del debito verrà oggi o nei prossimi mesi, perché fino a tutto il 2017, salvo novità, la BCE continuerà ad acquistare i nostri BTp, limitandone la crescita dei rendimenti e ponendo un tetto all’aumento del costo di rifinanziamento del nostro debito.

Man mano che tali stimoli verranno meno, però, le cose cambieranno e il peggio che sta accadendo consiste nel fatto che l’economia italiana continui a crescere già oggi a ritmi prossimi alla stagnazione, pur essendo uscita dalla recessione, non riuscendo nemmeno ad agganciare un +1% per il suo pil, nonostante tassi azzerati, euro debole e prezzi del petrolio dimezzati rispetto alla metà del 2014.

(Leggi anche: Economia italiana, come la politica ha sprecato l’ennesima occasione)

 

 

 

Con fine degli stimoli c’è rischio di un contraccolpo alla domanda

A tutto questo, aggiungiamo che il disavanzo fiscale continua a restare nei pressi del tetto massimo consentito dal Patto di stabilità (era al 3,9% nel 2011) e che il rapporto tra debito pubblico e pil non ha ancora cessato di crescere, salendo a una percentuale attesa quest’anno da Fitch superiore al 133%. Cosa accadrà, quando il Tesoro dovrà emettere titoli del debito a rendimenti non più azzerati o negativi per le scadenze brevi e bassissimi anche per quelle medio-lunghe?

Il mix tra bassa crescita, tassi in aumento e la fine degli effetti positivi del Jobs Act potrebbe provocare tensioni finanziarie e sociali e captate dai vari movimenti politici di matrice euro-scettica, pur calmierate da un ambiente “esterno” ancora più che favorevole, tra un cambio euro-dollaro di quasi il 25% più basso rispetto a metà 2014 e prezzi energetici ancora molto bassi. La fase più dura arriverà per la nostra economia, quando anche tali condizioni esterne verranno meno, provocando contraccolpi sui già deboli consumi interni e sulle esportazioni, ovvero sulla domanda. Tutto questo, mentre la produzione cresce di poco, dopo essere diminuita di quasi un quarto dal 2007. (Leggi anche: Economia italiana, perché inflazione senza crescita sarebbe un disastro)

Crisi banche italiane legata all’economia

I mercati iniziano a scontare il ritiro degli stimoli BCE, ora che l’inflazione tedesca si è già portata al target e che anche nel resto dell’Eurozona continua a crescere oltre quanto stimato nei mesi scorsi. Unitamente alla debolezza dei nostri fondamentali, ciò implica una fuga sempre più massiccia dai nostri bond ed è naturale che ieri abbiano ceduto anche i titoli bancari, dato che i nostri istituti di credito detengono in pancia BoT e BTp per circa 400 miliardi, circa un decimo dei loro attivi.

E il capitolo banche apre prospettive ancora più fosche per l’economia italiana. Oberato da crediti dubbi per quasi un quinto dei prestiti erogati, il nostro sistema del credito risente proprio della mancanza di crescita e della conseguente debolezza dei bilanci familiari e, soprattutto, delle imprese. Senza un sostegno del credito, le imprese italiane non potranno tornare ad investire e alimentare così la crescita economica, ma senza quest’ultima, le banche non potranno confidare nel miglioramento dei bilanci dei debitori e non torneranno a prestare loro denaro. (Leggi anche: Conti pubblici e banche, l’eredità del governo Renzi)

 

 

 

 

Profezia nera di SocGen

Ci siamo incartati e suona come nefasto l’avvertimento di qualche giorno fa dello strategist di Société Générale, secondo cui salvare le banche restando nell’Eurozona sarebbe “una perdita di tempo”, spiegando che il problema dell’Italia è l’assenza di crescita e che fino a quando saremo nell’euro, non cresceremo mai. Sperando che la profezia sia infondata. (Leggi anche: Banche italiane salve solo fuori dall’euro)

 

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